L’Amazzonia non è il polmone del mondo. È qualcosa di ancora più importante
Una formula imprecisa ha semplificato per anni il suo ruolo. La vera importanza dell’Amazzonia riguarda acqua, clima, biodiversità e stabilità di un intero continente.
Per decenni abbiamo ripetuto una frase diventata quasi automatica:
“L’Amazzonia è il polmone del mondo.”
È un’immagine potente. Facile da capire. Perfetta per un titolo.
Ma scientificamente è imprecisa.
La foresta amazzonica produce enormi quantità di ossigeno attraverso la fotosintesi, ma una parte molto consistente di quell’ossigeno viene utilizzata dagli stessi organismi della foresta attraverso respirazione e decomposizione.
Il suo contributo netto all’ossigeno che respiriamo non è quindi il motivo principale per cui dovremmo preoccuparci del suo futuro.
E forse questa correzione rende l’Amazzonia ancora più affascinante.
Perché il suo vero valore non consiste nell’essere un gigantesco produttore di ossigeno.
Consiste nell’essere una delle più grandi macchine biologiche, climatiche e idrologiche del pianeta.
Una foresta che produce pioggia
Quando osserviamo un albero vediamo tronco, rami e foglie.
Ma un albero è anche una pompa d’acqua.
Le radici assorbono acqua dal terreno e una parte viene successivamente rilasciata nell’atmosfera attraverso le foglie.
Questo processo, chiamato evapotraspirazione, avviene su una scala gigantesca nella foresta amazzonica.
L’acqua evaporata contribuisce alla formazione delle nuvole e delle precipitazioni. Una parte dell’umidità viene trasportata dalle correnti atmosferiche verso altre regioni del Sud America.
In altre parole, l’Amazzonia non si limita a ricevere la pioggia.
Contribuisce a crearla e a riciclarla.
Questo significa che distruggere una foresta può modificare anche il clima molto lontano dal punto in cui vengono abbattuti gli alberi.
Gli studi scientifici hanno mostrato da tempo che la deforestazione può ridurre il riciclo dell’umidità e alterare il regime delle precipitazioni. L’IPCC considera la perdita delle foreste tropicali una minaccia non soltanto per la biodiversità, ma anche per i servizi ecosistemici, le comunità locali e la resilienza climatica.
I “fiumi volanti” sopra le nostre teste
In Sud America si utilizza spesso un’espressione molto suggestiva: rios voadores, i “fiumi volanti”.
Non si tratta naturalmente di veri fiumi sospesi nel cielo.
È un modo per descrivere le enormi quantità di vapore acqueo che vengono trasferite dalla foresta all’atmosfera e successivamente trasportate dai venti.
Una parte di questa umidità contribuisce alle precipitazioni in regioni agricole e urbane del continente.
Questo crea una relazione sorprendente.
Un albero abbattuto nella foresta non riguarda soltanto il territorio immediatamente circostante.
Potenzialmente riguarda anche agricoltura, produzione idroelettrica, disponibilità d’acqua e stabilità climatica a centinaia o migliaia di chilometri di distanza.
Ed è proprio questo uno dei motivi per cui l’Amazzonia non dovrebbe essere vista semplicemente come una grande riserva naturale.
È una infrastruttura climatica naturale.
Solo che nessuno l’ha costruita.
Il grande deposito di carbonio
C’è poi la questione del carbonio.
Gli alberi assorbono anidride carbonica durante la fotosintesi e immagazzinano carbonio nella biomassa e nel suolo.
Le grandi foreste tropicali rappresentano quindi enormi serbatoi naturali.
Quando una foresta viene distrutta, succedono almeno due cose.
Perdiamo una parte della capacità futura di assorbire CO₂.
E una parte del carbonio già immagazzinato può tornare nell’atmosfera attraverso incendi, decomposizione o trasformazione del territorio.
UNEP ricorda che la deforestazione tropicale rappresenta una fonte molto significativa di emissioni globali e stima che l’abbattimento delle foreste tropicali rilasci ogni anno miliardi di tonnellate di gas serra.
La foresta amazzonica è quindi contemporaneamente vittima e protagonista del cambiamento climatico.
Il riscaldamento globale rende alcune regioni più calde e vulnerabili alla siccità.
La perdita della foresta, a sua volta, riduce la capacità dell’ecosistema di trattenere carbonio e umidità.
Ed è qui che nasce uno dei concetti più inquietanti della scienza climatica contemporanea.
Il punto di non ritorno
Gli ecosistemi non sempre cambiano in modo graduale.
Possono assorbire pressioni per molto tempo e poi raggiungere una soglia oltre la quale il sistema cambia rapidamente.
Gli scienziati chiamano queste soglie tipping points.
Per l’Amazzonia la preoccupazione è che una combinazione di deforestazione, incendi, temperature più elevate e siccità possa rendere parti della foresta incapaci di mantenere le condizioni umide necessarie alla propria sopravvivenza.
Una ricerca pubblicata su Nature nel 2024 ha evidenziato come riscaldamento, siccità, incendi e deforestazione stiano aumentando lo stress sull’intero sistema amazzonico.
Uno studio ancora più recente, pubblicato nel 2026, ha analizzato proprio l’interazione tra deforestazione e riscaldamento globale, mostrando che la perdita di copertura forestale può ridurre significativamente la stabilità climatica della foresta.
Ma occorre evitare un errore.
Non esiste oggi un singolo numero universalmente accettato oltre il quale tutta l’Amazzonia diventerà improvvisamente savana.
La ricerca scientifica propone soglie e scenari differenti.
Quello che emerge con maggiore chiarezza è un principio molto più importante:
più aumenta contemporaneamente il riscaldamento e la perdita della foresta, più diminuisce il margine di sicurezza.
Un ecosistema che comincia ad aiutarsi sempre meno
Le foreste tropicali possiedono una straordinaria capacità di mantenere il proprio ambiente.
La vegetazione favorisce l’umidità.
L’umidità favorisce le piogge.
Le piogge permettono alla vegetazione di prosperare.
È un circolo virtuoso.
Ma lo stesso sistema può trasformarsi in un circolo vizioso.
Meno foresta.
Meno evapotraspirazione.
Meno precipitazioni.
Stagioni secche più lunghe.
Più incendi.
Meno foresta.
È proprio questo tipo di retroazione che rende la questione del tipping point così importante.
UNEP ha più volte richiamato l’attenzione sul rischio che alcune foreste tropicali possano avvicinarsi a soglie oltre le quali la trasformazione degli ecosistemi diventa difficile da invertire.
Non significa che domani mattina l’Amazzonia scomparirà.
Significa che continuare a indebolire un sistema complesso senza conoscere esattamente il punto in cui perderà stabilità è un esperimento estremamente rischioso.
Non esiste una sola Amazzonia
Anche parlare di “Amazzonia” come se fosse un unico blocco verde può essere fuorviante.
La foresta attraversa diversi Stati sudamericani ed è composta da ambienti differenti.
Le condizioni nella parte orientale non sono identiche a quelle occidentali.
Alcune aree sono più umide.
Altre sono già sottoposte a stagioni secche più lunghe.
Alcune regioni hanno subito deforestazione intensa.
Altre conservano ancora vaste superfici relativamente integre.
Per questo gli effetti del cambiamento climatico e della deforestazione non saranno necessariamente uniformi.
La foresta potrebbe degradarsi prima in alcune zone e mantenere maggiore resilienza in altre.
Anche questo rende poco utile immaginare il tipping point come un interruttore unico.
Ma l’Amazzonia non è vuota
Quando vediamo una fotografia satellitare della foresta possiamo avere l’impressione di osservare una gigantesca natura incontaminata e disabitata.
Non è così.
L’Amazzonia è casa di milioni di persone.
Popoli indigeni, comunità tradizionali, agricoltori, abitanti di piccoli villaggi e grandi città vivono dentro o ai margini di questo sistema.
E non sono semplicemente spettatori della conservazione.
In moltissime aree, i territori gestiti dalle popolazioni indigene rappresentano importanti barriere alla deforestazione.
La protezione della foresta è quindi anche una questione di diritti territoriali, economia locale e modelli di sviluppo.
UNEP ha sottolineato il ruolo delle comunità indigene nella protezione della foresta amazzonica e nella lotta contro attività come estrazione mineraria illegale, disboscamento e coltivazioni illecite.
Non possiamo parlare di “salvare l’Amazzonia” immaginando di trasformarla in un enorme museo naturale dal quale gli esseri umani devono essere espulsi.
La questione è molto più complessa:
come permettere alle persone che vi abitano di vivere e prosperare senza distruggere il sistema dal quale dipendono?
Deforestazione per chi?
C’è inoltre una domanda che raramente ci facciamo quando guardiamo immagini drammatiche di alberi abbattuti:
per quale motivo quella foresta viene distrutta?
Dietro la deforestazione possono esserci agricoltura, allevamento, estrazione mineraria, infrastrutture, legname, incendi o occupazione illegale dei territori.
Ma molti di quei prodotti entrano successivamente nelle catene commerciali mondiali.
E allora la responsabilità smette di essere soltanto locale.
Se una parte della distruzione degli ecosistemi viene alimentata dalla domanda internazionale di carne, mangimi, legname, minerali o altre materie prime, non possiamo limitarci a indicare con il dito chi vive dall’altra parte del pianeta.
Una parte della foresta scompare anche perché il mondo continua a chiedere materia a basso costo.
La deforestazione non è soltanto un problema ambientale.
È il risultato di un modello economico.
Proteggere la foresta deve diventare conveniente
Qui si trova probabilmente uno dei nodi più difficili.
Un albero abbattuto produce immediatamente un valore economico.
Una foresta lasciata in piedi produce invece benefici enormi — acqua, biodiversità, carbonio, stabilità climatica — che spesso non hanno un prezzo immediatamente visibile.
È un difetto del nostro modo di misurare l’economia.
Distruggere un ecosistema può generare PIL.
Proteggerlo, apparentemente, può sembrare non produrre nulla.
Ma UNEP ha evidenziato proprio il valore economico dei servizi offerti dalle foreste tropicali: protezione delle risorse idriche, riduzione dei rischi, biodiversità, reddito per milioni di persone.
La sfida consiste quindi nel rendere economicamente conveniente mantenere la foresta in piedi.
Mercati sostenibili.
Pagamenti per i servizi ecosistemici.
Finanziamenti internazionali.
Bioeconomia.
Agricoltura compatibile con la conservazione.
Turismo controllato.
Ricerca scientifica.
Sono tutte possibili parti della risposta.
Il falso dilemma tra uomini e alberi
Ogni volta che si parla di protezione ambientale compare la stessa obiezione:
“È facile chiedere di non tagliare la foresta quando si vive in Europa o negli Stati Uniti.”
Ed è una critica che contiene una parte di verità.
I paesi industrializzati hanno costruito la propria ricchezza utilizzando enormi quantità di risorse naturali e combustibili fossili.
Non possono quindi pretendere che altri paesi rinuncino allo sviluppo senza offrire alternative credibili.
La conservazione funziona soltanto quando le popolazioni locali possono ottenere dalla foresta viva almeno una parte del valore che oggi deriva dalla sua distruzione.
Non dobbiamo scegliere tra persone e alberi.
Dobbiamo costruire un sistema nel quale la prosperità delle persone dipenda meno dall’abbattimento degli alberi.
L’Amazzonia non salverà il pianeta da sola
Anche qui bisogna evitare un’altra semplificazione.
Possiamo proteggere ogni singolo albero dell’Amazzonia e continuare comunque a riscaldare il pianeta se non riduciamo l’utilizzo dei combustibili fossili.
Le foreste possono assorbire carbonio.
Non possono compensare indefinitamente emissioni crescenti di carbone, petrolio e gas.
Conservazione degli ecosistemi e riduzione delle emissioni devono procedere insieme.
Pensare di piantare o proteggere alberi al posto di trasformare il sistema energetico sarebbe un errore.
Come sarebbe un errore opposto immaginare che basti passare alle energie pulite mentre continuiamo a distruggere gli ecosistemi.
La crisi climatica e quella della biodiversità sono collegate.
Forse dovremmo smettere di chiamarla “polmone”
La metafora del polmone del mondo ha avuto un merito enorme.
Ha fatto capire a milioni di persone che l’Amazzonia riguarda tutti.
Ma oggi possiamo permetterci una spiegazione più precisa.
L’Amazzonia non è semplicemente un organo che produce l’ossigeno che respiriamo.
È qualcosa di molto più sofisticato.
È una pompa d’acqua.
È un deposito di carbonio.
È un regolatore climatico.
È una delle maggiori concentrazioni di biodiversità del pianeta.
È la casa di milioni di esseri umani.
Ed è una rete di relazioni talmente complessa che non sappiamo ancora con certezza quale sarà il punto oltre il quale alcune sue parti non riusciranno più a funzionare come oggi.
Forse è proprio questa incertezza che dovrebbe preoccuparci di più.
Perché quando non conosciamo con precisione il limite di resistenza di qualcosa da cui dipendiamo, normalmente facciamo una cosa molto semplice:
evitiamo di continuare a spingerla verso il limite.
L’Amazzonia non è il polmone del mondo.
È molto di più.
Ed è proprio per questo che perderla sarebbe molto più grave di quanto quella vecchia metafora sia mai riuscita a raccontare.



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