L’alto mare non è più terra di nessuno
Dal 17 gennaio 2026 è in vigore il trattato ONU sulla biodiversità oltre le giurisdizioni nazionali. È un passaggio storico, ma la vera sfida comincia adesso: trasformare nuove regole in protezione reale degli oceani.
Quando guardiamo una carta geografica del mondo, quasi tutto sembra appartenere a qualcuno. I continenti sono divisi da confini, le coste delimitano gli Stati e perfino il mare vicino alla terraferma ricade sotto diverse forme di giurisdizione nazionale.
Poi, allontanandosi dalle coste, i confini sembrano scomparire.
Comincia quello che comunemente chiamiamo alto mare: un ambiente immenso, lontano dalla nostra esperienza quotidiana e proprio per questo facile da immaginare come una sorta di spazio senza padrone.
Ma definirlo semplicemente una “terra di nessuno” sarebbe giuridicamente sbagliato. L’alto mare non è mai stato privo di regole: la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e numerosi accordi internazionali disciplinano da tempo navigazione, pesca, fondali e altre attività. Ciò che mancava era soprattutto un quadro globale specificamente dedicato alla conservazione e all’uso sostenibile della biodiversità marina nelle aree oltre la giurisdizione nazionale.
Dal 17 gennaio 2026 quel vuoto è diventato molto più piccolo.
È infatti entrato in vigore il cosiddetto BBNJ Agreement, conosciuto anche come High Seas Treaty, adottato dalle Nazioni Unite il 19 giugno 2023 dopo quasi vent’anni di negoziati. L’accordo è diventato operativo 120 giorni dopo il deposito del sessantesimo strumento di ratifica, raggiunto nel settembre 2025.
È uno dei passaggi più importanti degli ultimi decenni nella governance degli oceani.
Ma avere finalmente un trattato non significa aver già protetto l’alto mare.
Significa aver costruito gli strumenti per cominciare a farlo.
Un’enorme parte del pianeta che vediamo pochissimo
Le aree marine oltre le giurisdizioni nazionali comprendono l’alto mare e i fondali internazionali. Nel loro insieme rappresentano oltre i due terzi della superficie oceanica e, considerando la profondità degli oceani, costituiscono più del 90% dello spazio abitabile del pianeta in termini di volume.
È una dimensione difficile da percepire.
Quando pensiamo alla natura immaginiamo foreste, montagne, savane o barriere coralline. Gran parte dello spazio nel quale esiste la vita sulla Terra, invece, si trova sotto centinaia o migliaia di metri d’acqua.
In quelle immensità vivono organismi che migrano attraverso interi oceani, specie che trascorrono una parte della loro vita vicino alle coste e un’altra molto lontano da esse, ecosistemi profondi che conosciamo ancora poco e comunità biologiche che non hanno alcuna relazione con i confini politici disegnati dagli esseri umani.
Una balena non sa quando ha lasciato le acque territoriali di uno Stato.
Un tonno non possiede un passaporto.
Le correnti marine non si fermano davanti a una linea sulla carta.
Ed è proprio questa caratteristica a rendere la protezione della biodiversità oceanica estremamente difficile.
Proteggere un animale soltanto quando attraversa il nostro confine non basta
Un paese può istituire un’area marina protetta all’interno delle proprie acque.
Può limitare alcune attività, proteggere habitat e regolamentare l’accesso.
Ma molte specie si spostano continuamente oltre quelle aree.
Se trascorrono una parte significativa della propria vita nell’alto mare, la protezione nazionale può diventare insufficiente.
Questo vale soprattutto per specie migratorie e per ecosistemi collegati attraverso grandi distanze.
Il problema, quindi, non è mai stato soltanto sapere che l’alto mare abbia bisogno di protezione. Era trovare un meccanismo attraverso il quale molti Stati potessero decidere insieme come farlo.
Ed è proprio uno dei principali obiettivi del nuovo accordo.
Finalmente sarà possibile creare aree protette con un quadro globale
Uno dei pilastri del trattato riguarda gli strumenti di gestione basati sulle aree, comprese le aree marine protette.
Fino ad oggi esistevano accordi regionali e settoriali che potevano proteggere determinate specie o zone, ma mancava uno strumento globale capace di affrontare in modo organico la biodiversità nelle aree oltre le giurisdizioni nazionali.
Il BBNJ crea un processo attraverso il quale gli Stati parti potranno proporre e adottare misure di protezione per specifiche aree dell’alto mare.
Questo è particolarmente importante anche rispetto all’obiettivo internazionale di conservare almeno il 30% delle terre e degli oceani entro il 2030, previsto dal Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal.
Proteggere una quota significativa degli oceani sarebbe infatti estremamente difficile se ignorassimo proprio la loro parte più vasta.
Ma creare un’area protetta sulla carta è relativamente semplice.
La vera domanda sarà come renderla efficace.
Disegnare un confine sull’oceano non significa proteggerlo
In una foresta possiamo installare posti di controllo, utilizzare ranger e osservare almeno una parte delle attività che avvengono sul territorio.
In mezzo all’oceano tutto diventa più complicato.
Le distanze sono enormi.
Le condizioni meteorologiche possono essere estreme.
Le attività avvengono lontano dagli occhi dei cittadini.
Controllare un’area protetta in alto mare richiede satelliti, sistemi di tracciamento delle navi, cooperazione internazionale, scambio di informazioni e capacità di applicare realmente le regole.
Il nuovo trattato fornisce una struttura giuridica.
Ma una struttura giuridica senza monitoraggio, risorse economiche e volontà politica rischierebbe di produrre soltanto grandi zone colorate sulle mappe.
Questo è il passaggio che comincia adesso.
Prima di intervenire, capire quali conseguenze produrremo
Il secondo grande elemento dell’accordo riguarda le valutazioni di impatto ambientale.
È un concetto che sulla terraferma conosciamo bene: prima di realizzare un’attività potenzialmente dannosa, dovremmo cercare di comprenderne gli effetti sull’ambiente.
Applicarlo all’alto mare è però molto più complesso.
Gli ecosistemi possono essere poco studiati e gli effetti possono propagarsi su distanze enormi.
Il trattato introduce procedure affinché determinate attività previste sotto la giurisdizione o il controllo degli Stati siano valutate quando possono produrre impatti significativi sull’ambiente marino nelle aree oltre la giurisdizione nazionale.
Il principio è importante perché cerca di spostare l’attenzione dal riparare un danno al tentativo di evitarlo.
In un ambiente tanto vasto e difficile da ripristinare, prevenire può essere l’unica possibilità realistica.
Nel mare esiste anche una ricchezza che non possiamo vedere
Uno degli aspetti più interessanti del trattato riguarda le risorse genetiche marine.
Gli organismi che vivono negli oceani possiedono caratteristiche biologiche sviluppate attraverso milioni di anni di evoluzione. Alcune di queste caratteristiche possono avere valore per la ricerca scientifica e, potenzialmente, per applicazioni farmaceutiche, industriali o biotecnologiche.
Qui emerge un problema che va ben oltre la biologia.
A chi appartiene il valore ottenuto da un organismo raccolto in una zona che non appartiene a nessuno Stato?
Se un paese o un’impresa dispone delle tecnologie necessarie per prelevare, analizzare e utilizzare una risorsa genetica proveniente dall’alto mare, è giusto che tutti i benefici restino esclusivamente a chi possiede già quelle capacità?
Il nuovo accordo affronta proprio questo tema e prevede meccanismi per una condivisione giusta ed equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine, comprese informazioni digitali collegate a tali risorse.
È una questione destinata a diventare sempre più importante man mano che biotecnologia e capacità di analizzare informazioni genetiche continueranno a svilupparsi.
Non tutti i paesi partono dallo stesso punto
Proteggere e studiare l’alto mare richiede navi oceanografiche, laboratori, satelliti, tecnologie sofisticate e personale altamente specializzato.
Non tutti gli Stati possiedono queste capacità.
Se il nuovo sistema fosse accessibile soltanto ai paesi più ricchi, rischieremmo di creare un paradosso: dichiarare l’oceano patrimonio condiviso e poi lasciare la possibilità di conoscerlo e utilizzarlo soltanto a chi dispone delle tecnologie necessarie.
Per questo un altro pilastro del BBNJ riguarda il rafforzamento delle capacità e il trasferimento di tecnologia marina.
L’obiettivo è permettere anche ai paesi con minori risorse scientifiche ed economiche di partecipare alla ricerca, alla conservazione e ai benefici derivanti dalla conoscenza degli oceani.
La protezione ambientale diventa così anche una questione di equità.
Il trattato non governa tutto ciò che accade in mare
Sarebbe però sbagliato immaginare che dal gennaio 2026 esista un unico organismo mondiale capace di decidere qualsiasi cosa avvenga nell’oceano.
La realtà della governance marina rimane molto più frammentata.
La navigazione commerciale continua a essere regolata attraverso il diritto del mare e organismi come l’International Maritime Organization.
La pesca internazionale è disciplinata da differenti accordi e organizzazioni regionali.
Le risorse minerarie dei fondali internazionali rientrano nel sistema dell’International Seabed Authority.
Il BBNJ deve quindi convivere con organismi e regimi già esistenti. Non nasce per cancellarli, ma per migliorare cooperazione e coordinamento quando è in gioco la biodiversità marina.
Questo potrebbe diventare contemporaneamente la sua forza e una delle sue principali difficoltà.
Gli oceani sono un unico sistema naturale.
Le nostre istituzioni, invece, tendono a dividerli per settori.
Una nave vede un’unica distesa d’acqua, le leggi ne vedono molte
Da un punto di vista biologico, un ecosistema marino può essere influenzato contemporaneamente da pesca, navigazione, cambiamento climatico, inquinamento, rumore subacqueo e altre attività.
Dal punto di vista istituzionale, però, ciascuno di questi problemi può essere affrontato da organismi differenti.
È un limite tipico del nostro modo di governare l’ambiente.
La natura funziona attraverso connessioni.
La politica attraverso competenze.
Il nuovo trattato cerca almeno in parte di costruire ponti tra queste due realtà.
Il suo successo dipenderà anche dalla capacità di evitare duplicazioni e conflitti e di collaborare con le istituzioni che già regolano attività nell’alto mare.
E il cambiamento climatico?
L’oceano svolge un ruolo fondamentale nel sistema climatico terrestre, assorbendo una parte molto rilevante del calore in eccesso accumulato nel sistema e una parte dell’anidride carbonica prodotta dalle attività umane.
Ma questo servizio ha un prezzo.
Il riscaldamento degli oceani, l’acidificazione, la perdita di ossigeno in alcune aree e le trasformazioni degli ecosistemi stanno modificando l’ambiente marino.
Un trattato sulla biodiversità non può fermare da solo il cambiamento climatico.
Nessuna area marina protetta può impedire all’acqua di riscaldarsi se le emissioni globali continuano ad aumentare.
Può però rendere gli ecosistemi meno sottoposti ad altre pressioni e quindi, in alcuni casi, più capaci di reagire ai cambiamenti.
Ancora una volta, protezione della natura e politica climatica non sono alternative.
Devono procedere insieme.
Non è davvero “terra di nessuno”
Forse la cosa più interessante del nuovo trattato è proprio il cambiamento culturale che rappresenta.
Per molto tempo abbiamo interpretato gli spazi comuni attraverso una logica semplice: ciò che non appartiene a nessuno è disponibile.
Possiamo pescare.
Navigare.
Estrarre.
Prelevare.
Utilizzare.
Il BBNJ introduce con maggiore forza una logica diversa.
Ciò che non appartiene esclusivamente a nessuno può richiedere più responsabilità, non meno.
Perché le conseguenze di ciò che facciamo in uno spazio comune ricadono anche su chi non ha partecipato alla decisione.
Un trattato nato dopo quasi vent’anni di negoziati
L’accordo è stato adottato nel giugno 2023, ma il percorso politico era iniziato molto prima. La comunità internazionale ha discusso per quasi due decenni su come colmare le lacune nella protezione della biodiversità oltre i confini nazionali.
È facile considerare questi tempi come la prova della lentezza delle istituzioni internazionali.
In parte lo sono.
Ma esiste anche un’altra lettura.
Mettere d’accordo decine di paesi con interessi economici, capacità scientifiche e priorità profondamente differenti su una parte enorme del pianeta è estremamente difficile.
Il fatto che un accordo sia stato raggiunto non è quindi insignificante.
Il problema sarà verificare se la stessa capacità di compromesso sopravviverà quando arriveranno decisioni concrete.
Il primo vero esame deve ancora arrivare
L’entrata in vigore del trattato non rappresenta la fine del processo.
Entro un anno dal 17 gennaio 2026 dovrà essere convocata la prima Conferenza delle Parti, che avrà il compito di rendere operativo il nuovo sistema attraverso decisioni istituzionali e procedurali.
Sarà allora che molte delle grandi promesse cominceranno a confrontarsi con la realtà.
Quali aree verranno proposte per la protezione?
Quanto saranno ambiziose le misure?
Quali risorse verranno messe a disposizione?
Come verrà assicurato il rispetto delle decisioni?
Quanto spazio avranno i paesi con minori capacità economiche?
Sono queste le domande che determineranno il valore reale del trattato.
Abbiamo finalmente scritto una regola. Ora dobbiamo dimostrare di crederci
L’umanità ha trascorso gran parte della propria storia considerando l’oceano troppo grande per poter essere seriamente danneggiato.
Potevamo pescare quanto volevamo perché i pesci sembravano infiniti.
Potevamo scaricare rifiuti perché il mare avrebbe diluito tutto.
Potevamo prelevare risorse perché quello spazio appariva praticamente inesauribile.
Oggi sappiamo che nessuna di queste convinzioni era vera.
L’oceano è immenso, ma non infinito.
Ed è proprio la sua vastità ad averci permesso per tanto tempo di non vedere le conseguenze delle nostre attività.
Il nuovo trattato non risolverà da solo la crisi degli oceani. Non fermerà il riscaldamento globale, non eliminerà la pesca illegale e non renderà automaticamente protetta ogni zona dell’alto mare.
Ma introduce qualcosa che mancava: la possibilità di considerare la biodiversità di quelle immense aree non come una risorsa disponibile fino a esaurimento, ma come un patrimonio che richiede decisioni collettive.
Dal 17 gennaio 2026 l’alto mare non è improvvisamente diventato sicuro.
È diventato, però, un po’ meno facile fingere che ciò che accade lontano dalle nostre coste non riguardi nessuno.
Ed è forse questo il significato più importante del nuovo accordo.
Il mare oltre i nostri confini non appartiene a un singolo Stato.
Ma proprio per questo la responsabilità di proteggerlo appartiene a tutti.



Commento all'articolo