Il cimitero digitale: dove finiscono i nostri dispositivi quando smettiamo di usarli?
Cambiamo smartphone, computer, televisori e piccoli elettrodomestici sempre più rapidamente. Ma dentro ogni dispositivo che buttiamo restano rame, oro, litio, terre rare, plastica e sostanze pericolose: una miniera urbana che troppo spesso trattiamo come semplice spazzatura.
Nel 2022 il mondo ha prodotto 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, pari a circa 7,8 kg per persona. Soltanto il 22,3% risulta raccolto e riciclato formalmente in modo ambientalmente corretto; senza un deciso cambio di rotta, si potrebbe arrivare a 82 milioni di tonnellate nel 2030.
Quando compriamo un nuovo telefono, il vecchio sembra improvvisamente perdere valore.
Magari funziona ancora. La batteria dura meno, lo schermo ha qualche graffio oppure il nuovo modello possiede una fotocamera migliore. Lo mettiamo in un cassetto, dove spesso rimane per anni, oppure lo sostituiamo con la sensazione di aver semplicemente cambiato un oggetto.
Ma uno smartphone non è soltanto un oggetto.
È una piccola concentrazione di risorse provenienti da luoghi molto diversi del pianeta.
Contiene rame, alluminio, oro, argento, cobalto, litio e numerosi altri materiali. Per produrlo sono servite miniere, fabbriche, energia, acqua, trasporti e una rete industriale mondiale straordinariamente complessa.
Quando smettiamo di utilizzarlo, tutto questo non scompare.
Rimane dentro il dispositivo.
Ed è proprio qui che comincia la storia dei rifiuti elettronici, o e-waste.
Una montagna che cresce molto più rapidamente del riciclo
Secondo il Global E-waste Monitor 2024, realizzato da ITU e UNITAR, nel 2022 abbiamo generato 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettrici ed elettronici.
Rispetto al 2010, la quantità è aumentata dell’82%.
Ma la parte più preoccupante è la velocità con cui stanno crescendo i rifiuti rispetto alla nostra capacità di recuperarli.
Nel 2022 soltanto il 22,3% risultava formalmente raccolto e riciclato con sistemi documentati e ambientalmente corretti. La produzione di e-waste cresce quindi molto più velocemente del riciclo e, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, potrebbe raggiungere circa 82 milioni di tonnellate entro il 2030.
È un problema che assomiglia molto a quello della plastica.
Possiamo migliorare il sistema di raccolta, ma se contemporaneamente aumentiamo continuamente il numero dei dispositivi prodotti e riduciamo la loro durata, il riciclo sarà costretto a inseguire una montagna che continua a crescere.
Non sono soltanto smartphone
Quando parliamo di rifiuti elettronici pensiamo immediatamente ai telefoni.
In realtà la categoria è enorme.
Comprende computer, televisori, frigoriferi, lavatrici, condizionatori, lampade, giocattoli elettronici, piccoli elettrodomestici, utensili, dispositivi medici e moltissimi altri prodotti.
Anche oggetti apparentemente insignificanti possono contribuire al problema.
Una sigaretta elettronica usa e getta.
Un giocattolo con una piccola batteria.
Un cavo.
Un caricatore.
Una lampadina.
L’elettronica è entrata praticamente in ogni aspetto della nostra vita e questo rende il problema molto diverso rispetto a qualche decennio fa.
Non stiamo semplicemente comprando più computer.
Stiamo elettronificando gli oggetti.
Il paradosso della miniera che buttiamo via
Molti dei materiali presenti nei dispositivi elettronici richiedono processi estrattivi complessi.
Alcuni sono considerati strategici proprio perché necessari per l’elettronica, le telecomunicazioni, le batterie e numerose tecnologie della transizione energetica.
Eppure una grande parte di queste risorse finisce dispersa.
UNITAR sottolinea un dato particolarmente significativo: soltanto circa l’1% della domanda di terre rare viene attualmente soddisfatta attraverso il riciclo dei rifiuti elettronici.
È difficile immaginare un esempio migliore dell’inefficienza dell’economia lineare.
Da una parte cerchiamo nuove miniere.
Dall’altra possediamo già enormi quantità di metalli distribuiti negli oggetti che abbiamo acquistato negli ultimi decenni.
Uno smartphone inutilizzato in un cassetto è, in piccolissima scala, una miniera già scavata.
Abbiamo già estratto quei materiali.
Li abbiamo già raffinati.
Li abbiamo già trasportati.
Dovremmo cercare di utilizzarli il più a lungo possibile e recuperarli quando il dispositivo arriva realmente alla fine della propria vita.

Il problema della durata
Esiste poi una domanda scomoda.
Perché cambiamo così frequentemente dispositivi che potrebbero funzionare più a lungo?
Non esiste una sola risposta.
A volte il prodotto si rompe realmente.
Altre volte la batteria diventa difficile da sostituire.
Il software smette di essere aggiornato.
Un componente costa talmente tanto da rendere più conveniente comprare un dispositivo nuovo.
Oppure semplicemente desideriamo qualcosa di migliore.
L’innovazione tecnologica è reale e produce benefici enormi. Nessuno vorrebbe utilizzare per sempre lo stesso computer del 2005.
Ma tra progresso tecnologico e sostituzione continua esiste una differenza.
Un prodotto progettato per essere riparabile può evolvere senza diventare immediatamente rifiuto.
Un prodotto incollato, sigillato e difficile da smontare rende invece la riparazione più costosa e il riciclo più complicato.
La sostenibilità dell’elettronica comincia quindi molto prima del centro di raccolta.
Comincia dal design.
Riparare non significa essere contro l’innovazione
C’è una strana idea secondo la quale prolungare la durata degli oggetti significhi frenare il progresso.
Non è necessariamente così.
Un dispositivo può essere progettato affinché batteria, schermo o altri componenti possano essere sostituiti facilmente.
Il software può essere aggiornato più a lungo.
I pezzi di ricambio possono essere resi disponibili.
La progettazione modulare può permettere di sostituire una parte invece dell’intero prodotto.
In questo modo l’innovazione continua, ma il valore dei materiali viene conservato più a lungo.
In realtà progettare un dispositivo facilmente riparabile può richiedere più ingegneria, non meno.
Il cassetto è un pezzo del problema
Esiste inoltre una categoria particolare di rifiuto elettronico.
Quello che non viene buttato.
Milioni di telefoni, caricabatterie e piccoli dispositivi rimangono per anni nelle nostre case.
Lo facciamo perché pensiamo che potrebbero tornare utili.
Oppure perché contengono dati personali.
O semplicemente perché non sappiamo dove portarli.
È comprensibile, ma dal punto di vista delle risorse significa immobilizzare materiali che potrebbero essere recuperati.
Il vecchio telefono nel cassetto non produce inquinamento diretto.
Ma impedisce che rame, oro e altri materiali possano rientrare nel ciclo produttivo.
L’economia circolare ha bisogno anche di questo passaggio apparentemente banale:
far tornare gli oggetti inutilizzati nel sistema.
Quando il riciclo diventa pericoloso
Esiste però un altro lato della questione.
Recuperare i materiali presenti nei rifiuti elettronici non è sempre semplice e può essere pericoloso se fatto in modo informale.
In alcune parti del mondo dispositivi dismessi vengono smontati manualmente, bruciati o trattati con metodi rudimentali per recuperare metalli di valore.
Questo può liberare piombo, mercurio e altre sostanze tossiche.
La WHO considera particolarmente vulnerabili bambini e donne in gravidanza nelle comunità esposte al riciclo informale dell’e-waste. L’organizzazione documenta anche casi di bambini coinvolti direttamente nelle attività di selezione, smontaggio e recupero dei materiali.
È uno degli esempi più duri di come il nostro consumo possa spostare parte dei propri costi altrove.
Il dispositivo viene utilizzato in un paese ricco.
Il rifiuto può finire lontano.
E qualcun altro può essere esposto alle sostanze che contiene.
Non è corretto pensare che tutti i nostri rifiuti finiscano in Africa
Anche qui bisogna evitare una semplificazione.
Le immagini di enormi discariche elettroniche africane sono diventate il simbolo mondiale dell’e-waste.
Ma non significa che tutti i dispositivi europei vengano automaticamente spediti illegalmente in Africa.
Esistono sistemi di raccolta regolamentati e una parte significativa dei rifiuti viene gestita correttamente.
Il problema degli esporti illegali e dei flussi non documentati esiste, ma è importante non trasformare interi continenti nella caricatura della “discarica del mondo”.
L’Africa stessa produce quantità crescenti di rifiuti elettronici, mentre esistono imprese e programmi locali di riciclo e recupero.
La vera distinzione non è quindi tra “paesi che producono rifiuti” e “paesi che li ricevono”.
È tra un sistema nel quale i materiali vengono gestiti in sicurezza e uno nel quale il loro valore viene recuperato sacrificando ambiente e salute.
L’elettronica contiene valore e rischio contemporaneamente
Questo è ciò che rende i rifiuti elettronici particolari.
All’interno dello stesso dispositivo possono convivere materiali preziosi e sostanze problematiche.
Recuperare rame o oro può avere un grande valore economico.
Ma rompere, bruciare o trattare impropriamente alcuni componenti può liberare sostanze pericolose.
Per questo il riciclo dell’elettronica deve essere molto più sofisticato rispetto al semplice recupero di una bottiglia o di una lattina.
Servono impianti capaci di separare materiali differenti e di gestire in sicurezza ciò che non può essere recuperato.
È un settore nel quale economia circolare e protezione della salute coincidono.
La tecnologia verde ha lo stesso problema
Pannelli fotovoltaici.
Batterie.
Turbine eoliche.
Veicoli elettrici.
Sono tecnologie fondamentali per ridurre le emissioni, ma anche loro arriveranno prima o poi alla fine della vita utile.
La transizione energetica sta quindi creando contemporaneamente una grande opportunità e una responsabilità.
Possiamo progettare da subito questi prodotti pensando al loro recupero.
Oppure ripetere lo stesso errore compiuto con molti altri materiali: produrre grandi quantità e domandarci soltanto dopo che cosa farne.
La vera economia circolare dovrebbe cominciare quando l’oggetto viene progettato, non quando diventa rifiuto.
Dovremmo possedere meno dispositivi?
Non necessariamente.
La tecnologia digitale produce benefici enormi.
Ci permette di lavorare, comunicare, studiare, curarci e accedere a quantità di conoscenza che fino a pochi decenni fa sarebbero state impensabili.
Non avrebbe senso trasformare questo articolo in un invito a rifiutare la tecnologia.
La domanda è un’altra.
Dobbiamo necessariamente sostituirla così velocemente?
Un telefono utilizzato cinque anni invece di tre distribuisce l’impatto della produzione su un periodo molto più lungo.
Un computer riparato evita la produzione immediata di un nuovo dispositivo.
Un apparecchio ricondizionato permette a qualcun altro di utilizzare un prodotto che esiste già.
Sono scelte apparentemente piccole, ma agiscono sul punto più importante: la quantità di nuovi oggetti che dobbiamo produrre.

Il telefono più sostenibile potrebbe essere quello che abbiamo già
Il marketing ci racconta continuamente che il futuro è il prossimo prodotto.
Più veloce.
Più leggero.
Più intelligente.
Ed è spesso vero.
Il nuovo dispositivo può essere realmente migliore.
Ma dal punto di vista delle risorse esiste una domanda che raramente compare nella pubblicità:
quello che possiedo funziona ancora abbastanza bene?
Non significa rinunciare per sempre a comprare qualcosa di nuovo.
Significa riconoscere che ogni anno aggiuntivo di utilizzo ha un valore.
Il prodotto più sostenibile non è necessariamente quello con l’etichetta ambientale più bella.
Molto spesso è semplicemente quello che non abbiamo ancora bisogno di sostituire.
Una miniera nascosta nelle nostre città
Abbiamo trascorso secoli cercando risorse sotto terra.
Probabilmente continueremo a farlo.
Ma una parte crescente dei metalli di cui avremo bisogno si trova già sopra la superficie.
Negli edifici.
Nelle automobili.
Nei cavi.
Nei computer.
Nei telefoni.
Nelle batterie.
Le città stanno diventando giganteschi depositi di materiali.
È ciò che viene chiamato urban mining.
L’idea è semplice: prima di scavare una nuova miniera, recuperiamo quanto più possibile dalle miniere che abbiamo già costruito inconsapevolmente nelle nostre case e infrastrutture.
Non eliminerà la necessità di nuova estrazione.
Ma può ridurla.
La vera tecnologia avanzata è quella che non diventa subito rifiuto
Abbiamo spesso associato il progresso alla velocità con cui sostituiamo gli oggetti.
Un nuovo modello ogni anno sembra il simbolo dell’innovazione.
Forse dovremo imparare a misurare il progresso anche in modo diverso.
Quanto dura?
Quanto è facile ripararlo?
Quanto materiale possiamo recuperare?
Quanto a lungo viene aggiornato?
Quanta parte del nuovo prodotto proviene da risorse già utilizzate?
In un mondo con domanda crescente di minerali, energia e tecnologia, queste domande diventeranno sempre più importanti.
Perché l’elettronica non è virtuale.
Anche il cloud ha bisogno di server.
Anche l’intelligenza artificiale ha bisogno di chip.
Anche uno smartphone ha bisogno di una miniera.
E ogni volta che buttiamo prematuramente un dispositivo perfettamente utilizzabile, costringiamo il sistema a ricominciare quella storia da capo.
Il futuro digitale non sarà davvero intelligente se continueremo a trattare come rifiuti i materiali preziosi di cui è costruito.



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