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Sprecare cibo significa sprecare molto più del cibo

Dove scompare il cibo?

Quando buttiamo un alimento non perdiamo soltanto ciò che abbiamo nel piatto. Buttiamo anche l’acqua, il suolo, l’energia, il lavoro e i trasporti che sono serviti per produrlo. E nel mondo accade su una scala molto più grande di quanto immaginiamo.

Apriamo il frigorifero e troviamo uno yogurt scaduto.

Nel cassetto della verdura c’è un’insalata ormai appassita. Sul tavolo sono rimasti alcuni pezzi di pane diventati troppo duri e nel congelatore sopravvive qualcosa che non ricordiamo nemmeno quando abbiamo comprato.

Presi singolarmente sembrano episodi insignificanti.

Qualche euro perso, forse un piccolo senso di colpa, poi il sacchetto dei rifiuti viene chiuso e la questione sembra finita.

Ma dietro ogni alimento esiste una storia molto più lunga.

Prima di arrivare nella nostra cucina qualcuno ha coltivato, irrigato, raccolto, trasformato, confezionato, refrigerato, trasportato e venduto quel prodotto.

Quando buttiamo il cibo, buttiamo anche una parte di tutto ciò che è stato necessario per farlo arrivare fino a noi.

Ed è questo che rende lo spreco alimentare molto più di un problema domestico.

Più di un miliardo di tonnellate

Il Food Waste Index Report 2024 di UNEP stima che nel 2022 siano state sprecate circa 1,05 miliardi di tonnellate di alimenti a livello di famiglie, ristorazione e vendita al dettaglio.

Equivalgono a circa il 19% del cibo disponibile ai consumatori.

La parte forse più sorprendente riguarda però le famiglie: circa il 60% di questo spreco, pari a 631 milioni di tonnellate, avviene proprio nelle case. In media si tratta di circa 79 chilogrammi per persona ogni anno.

UNEP ha tradotto la dimensione del problema in un’immagine ancora più semplice: nel mondo vengono sprecati alimenti equivalenti ad almeno un miliardo di pasti ogni giorno.

È importante però distinguere due fenomeni.

Lo spreco alimentare avviene soprattutto nella fase finale della catena: negozi, ristoranti e famiglie.

Le perdite alimentari, invece, avvengono prima, durante raccolta, conservazione, trasformazione e trasporto.

FAO stima che un ulteriore 13% circa del cibo venga perso tra il raccolto e il momento precedente alla vendita al dettaglio.

Questo significa che una quantità enorme di ciò che produciamo non arriverà mai a essere mangiata.

Non è soltanto un problema dei paesi ricchi

Per molto tempo abbiamo immaginato lo spreco come una conseguenza dell’abbondanza.

Il consumatore ricco compra troppo, dimentica ciò che ha nel frigorifero e butta ciò che non desidera più.

Questa componente esiste certamente.

Ma i dati mostrano che il fenomeno domestico riguarda paesi con livelli di reddito molto diversi. UNEP sottolinea che le differenze osservate nello spreco alimentare delle famiglie tra paesi ricchi, medi e meno ricchi sono molto meno nette di quanto si pensasse in passato.

Cambiano però le cause.

In una famiglia benestante può esserci una maggiore possibilità economica di comprare più del necessario.

In altri contesti possono pesare maggiormente la mancanza di frigoriferi efficienti, infrastrutture inadeguate, difficoltà nella conservazione o nella distribuzione.

Non esiste quindi una singola spiegazione mondiale dello spreco.

Esiste un sistema alimentare nel quale perdiamo cibo in punti differenti della catena per ragioni differenti.



Il pomodoro che buttiamo contiene molta più acqua di quella che vediamo

Consideriamo un alimento apparentemente semplice.

Un pomodoro.

Per produrlo servono terreno, acqua, nutrienti, lavoro e macchinari. Successivamente dovrà essere raccolto, selezionato, confezionato e trasportato.

Se finisce nella spazzatura, l’acqua utilizzata per coltivarlo non torna magicamente disponibile nel luogo dal quale è stata prelevata.

Lo stesso vale per l’energia.

Per alcuni alimenti la catena comprende anche refrigerazione, trasformazione industriale, cottura e lunghi trasporti.

È per questo che lo spreco alimentare rappresenta anche uno spreco di risorse naturali.

Non dobbiamo quindi guardare soltanto al peso dell’alimento buttato.

Un chilogrammo di prodotti differenti può avere alle spalle quantità molto diverse di acqua, terra, energia ed emissioni.

Il valore ambientale dello spreco dipende anche da che cosa stiamo buttando.

E produce anche gas serra

Il rapporto tra spreco alimentare e clima è spesso sottovalutato.

FAO stima che perdite e sprechi alimentari contribuiscano complessivamente a circa l’8-10% delle emissioni globali di gas serra.

Le emissioni vengono prodotte lungo tutta la filiera.

Agricoltura.

Fertilizzanti.

Allevamento.

Macchinari.

Industria alimentare.

Refrigerazione.

Trasporti.

E infine smaltimento.

Quando materiale organico viene conferito in discarica in condizioni prive di ossigeno può inoltre produrre metano, un potente gas serra. FAO richiama esplicitamente questo aspetto tra le conseguenze climatiche dello spreco alimentare.

È un paradosso notevole.

Utilizziamo energia e risorse per produrre alimenti che non mangeremo e successivamente possiamo produrre altre emissioni per smaltirli.

Ma allora basterebbe dare il cibo avanzato a chi ha fame?

È un ragionamento comprensibile, ma il problema è più complesso.

Nel 2024 circa 2,3 miliardi di persone hanno vissuto condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave e circa una persona su dodici nel mondo ha affrontato la fame.

Mettere accanto questi numeri a quelli dello spreco è inevitabilmente impressionante.

Ma il fatto che esista cibo sprecato in Europa non significa che possiamo semplicemente caricarlo su un aereo e risolvere la fame in un altro continente.

La fame nasce da povertà, guerre, infrastrutture, distribuzione, accesso economico al cibo e numerosi altri problemi.

Lo spreco e la fame sono quindi collegati, ma non sono due estremità di una semplice tubatura attraverso la quale possiamo trasferire alimenti.

Ciò non significa che la redistribuzione delle eccedenze sia inutile.

Al contrario, recuperare prodotti ancora sicuri e commestibili e destinarli a organizzazioni sociali è una scelta molto sensata.

Ma viene dopo una soluzione ancora migliore:

evitare di produrre eccedenze inutili.

Il cibo più sostenibile è quello che mangiamo

Possiamo discutere a lungo su quale dieta abbia il minore impatto ambientale.

Vegetale.

Locale.

Biologica.

Stagionale.

Sono domande importanti.

Ma esiste una regola sorprendentemente semplice che vale praticamente sempre:

un alimento prodotto per essere buttato ha avuto un impatto senza produrre il beneficio per cui era stato creato.

Perfino il prodotto più sostenibile perde gran parte del proprio senso se finisce regolarmente nella spazzatura.

Una mela biologica mai mangiata ha comunque utilizzato terreno, acqua, lavoro e trasporto.

Questo non significa che tutti gli alimenti abbiano lo stesso impatto.

Significa che ridurre lo spreco è una delle poche strategie che produce contemporaneamente benefici economici e ambientali senza chiedere necessariamente grandi sacrifici.

Mangiare ciò che abbiamo già comprato può essere una forma sorprendentemente efficace di sostenibilità.

Una parte del problema nasce al supermercato

Entriamo in un supermercato e ci aspettiamo scaffali pieni.

Alle otto del mattino.

Alle tre del pomeriggio.

Dieci minuti prima della chiusura.

Vogliamo trovare pane fresco, frutta perfetta e una scelta enorme.

Dal punto di vista del consumatore è comprensibile.

Dal punto di vista logistico significa però che l’offerta deve essere continuamente superiore alla domanda esatta.

Se un supermercato disponesse soltanto del numero preciso di panini che verranno acquistati, gli ultimi clienti rischierebbero di trovare scaffali vuoti.

La percezione stessa dell’abbondanza diventa quindi parte del modello commerciale.

Produrre un po’ di più garantisce che non manchi nulla.

Ma l’eccedenza deve poi essere gestita.

È un problema nel quale le nostre aspettative come consumatori hanno un ruolo.

Vogliamo prodotti perfetti e disponibili in qualsiasi momento.

E la perfezione produce scarti.

Abbiamo trasformato l’estetica in qualità

Una carota storta è perfettamente capace di essere una carota.

Una mela con una piccola imperfezione può avere lo stesso sapore di quella perfettamente lucida.

Eppure una parte degli alimenti freschi viene penalizzata perché non corrisponde alle aspettative estetiche del mercato.

Negli ultimi anni molti distributori hanno iniziato a commercializzare prodotti definiti “brutti”, “imperfetti” o fuori calibro.

È una buona iniziativa, ma rivela qualcosa di interessante.

Abbiamo progressivamente confuso bellezza e qualità alimentare.

Il risultato è che un prodotto può essere nutrizionalmente perfetto e commercialmente indesiderabile.

Ridurre lo spreco richiederà anche cambiare alcuni criteri con cui giudichiamo il cibo.

“Da consumarsi preferibilmente entro” non significa “pericoloso dal giorno dopo”

Una parte dello spreco domestico nasce anche dalla difficoltà nel comprendere le date riportate sulle confezioni.

Una data di scadenza riguarda la sicurezza dell’alimento e deve essere rispettata.

Il termine minimo di conservazione, generalmente espresso con formule come “da consumarsi preferibilmente entro”, riguarda invece soprattutto la qualità.

Dopo quella data il prodotto può perdere progressivamente alcune caratteristiche, ma non diventa automaticamente pericoloso il giorno successivo.

Confondere i due concetti può portare a buttare alimenti ancora utilizzabili.

È uno dei casi nei quali una migliore informazione può produrre risultati concreti senza richiedere nuove tecnologie.

Il frigorifero è una piccola infrastruttura contro lo spreco

Possedere un frigorifero non significa necessariamente utilizzarlo bene.

La temperatura.

La disposizione degli alimenti.

La pulizia.

La capacità di vedere ciò che abbiamo già comprato.

Sono tutte componenti della gestione domestica.

Un alimento nascosto dietro altri prodotti ha molte più probabilità di essere dimenticato.

Una delle strategie più semplici consiste quindi nel rendere visibile ciò che deve essere consumato prima.

Non è particolarmente rivoluzionario.

Ma gran parte dello spreco quotidiano nasce proprio da meccanismi banali.

Compriamo senza controllare ciò che abbiamo.

Prepariamo porzioni troppo grandi.

Dimentichiamo gli avanzi.

Poi acquistiamo nuovamente.

La soluzione non richiede necessariamente un’intelligenza artificiale.

Qualche volta richiede semplicemente aprire il frigorifero prima di andare al supermercato.

Anche i ristoranti partecipano al problema

Una porzione abbondante viene spesso percepita come sinonimo di generosità e buon rapporto qualità-prezzo.

Ma una parte del cibo torna regolarmente indietro nei piatti.

Ridurre la dimensione standard delle porzioni, permettere al cliente di scegliere quantità differenti e normalizzare la possibilità di portare a casa ciò che avanza può diminuire lo spreco senza peggiorare l’esperienza.

Anche qui il problema è in parte culturale.

In alcune società portare a casa gli avanzi è assolutamente normale.

In altre può sembrare poco elegante.

Ma ciò che resta sul piatto è ancora cibo.

Considerarlo immediatamente rifiuto è soltanto una convenzione.



La tecnologia può aiutarci

Qui, a differenza di molti altri problemi ambientali, esistono già strumenti relativamente semplici.

Sensori possono migliorare la conservazione.

Software possono prevedere meglio la domanda dei supermercati.

Sistemi digitali possono segnalare prodotti vicini alla scadenza.

Applicazioni possono mettere in contatto commercianti con consumatori interessati ad acquistare eccedenze a prezzo ridotto.

Migliori infrastrutture frigorifere possono ridurre enormemente le perdite in aree dove una parte dei raccolti si deteriora prima di raggiungere il mercato.

Ma nessuna tecnologia eliminerà completamente il problema se il modello economico continuerà a premiare l’eccesso di produzione e se noi continueremo a considerare normale acquistare molto più di quanto consumiamo.

La tecnologia può rendere il sistema più intelligente.

Dobbiamo però decidere quale problema chiediamo alla tecnologia di risolvere.

Non dobbiamo produrre sempre più cibo. Dobbiamo usarlo meglio

La popolazione mondiale continuerà ad avere bisogno di grandi quantità di alimenti.

Produrre cibo in modo sostenibile sarà una delle sfide fondamentali dei prossimi decenni.

Ma il dibattito viene spesso presentato come se esistesse una sola possibilità:

aumentare continuamente la produzione.

Se una parte significativa degli alimenti viene persa prima di raggiungere il consumatore e un’altra parte viene buttata dopo essere stata acquistata, esiste chiaramente anche un’altra strada.

Utilizzare meglio ciò che produciamo.

Naturalmente ridurre lo spreco non eliminerà la necessità di aumentare la produttività in alcune regioni o di modificare i sistemi agricoli.

Ma produrre quantità crescenti mentre continuiamo a perdere enormi volumi lungo il percorso è una strategia poco razionale.

Il rifiuto alimentare può almeno tornare risorsa

Esisterà sempre una parte di materiale alimentare che non possiamo mangiare.

Bucce.

Ossa.

Scarti di lavorazione.

Residui inevitabili.

Questi materiali non devono necessariamente finire in discarica.

Il compostaggio può restituire sostanza organica al terreno.

La digestione anaerobica può produrre biogas.

Alcuni sottoprodotti possono diventare ingredienti, mangimi o materie prime per nuove produzioni.

La bioeconomia circolare cerca proprio di trasformare ciò che consideriamo scarto in una risorsa.

Ma anche qui vale una gerarchia.

Recuperare lo scarto è utile.

Non generarlo quando era perfettamente commestibile è ancora meglio.

Il problema non è che abbiamo troppo cibo

Potrebbe sembrare che lo spreco sia semplicemente il prezzo inevitabile dell’abbondanza.

Non è così.

Una società può avere una grande disponibilità alimentare senza necessariamente buttare enormi quantità di prodotti.

Lo spreco dipende da come pianifichiamo, acquistiamo, conserviamo, vendiamo e attribuiamo valore agli alimenti.

E soprattutto non riguarda soltanto il cibo.

Riguarda il rapporto che abbiamo con le risorse.

Quando qualcosa costa relativamente poco tendiamo a percepirlo come facilmente sostituibile.

Il pane avanzato vale pochi centesimi.

Una mela dimenticata nel frigorifero forse ancora meno.

Ma il prezzo che abbiamo pagato non rappresenta necessariamente il valore delle risorse utilizzate per produrli.

È lo stesso errore che abbiamo incontrato parlando di fast fashion e plastica.

Confondiamo il basso prezzo con il basso valore.

Forse dovremmo tornare a considerare il cibo qualcosa di prezioso

Le generazioni che hanno conosciuto direttamente la scarsità avevano spesso un rapporto differente con gli alimenti.

Il pane non si buttava.

Gli avanzi venivano trasformati.

Gli ingredienti venivano utilizzati fino alla fine.

Non era necessariamente maggiore coscienza ecologica.

Molto più semplicemente, il cibo aveva un peso economico maggiore nella vita quotidiana e la memoria della fame era più vicina.

Non dobbiamo certamente desiderare di tornare alla scarsità per imparare a non sprecare.

Possiamo però recuperare una parte di quella consapevolezza.

Un alimento non è semplicemente qualcosa che compare sullo scaffale del supermercato.

È il risultato di terra, acqua, energia, conoscenza e lavoro umano.

Considerarlo rifiuto dovrebbe essere l’ultima possibilità, non la più comoda.

Nel mondo abbiamo costruito un sistema alimentare capace di produrre e distribuire quantità straordinarie di cibo.

È una delle più grandi conquiste della nostra civiltà.

Eppure, ogni giorno, una parte enorme di questo risultato viene semplicemente buttata.

Sprecare cibo significa sprecare molto più del cibo. Significa utilizzare una parte del pianeta per produrre qualcosa che nessuno mangerà.

Ed è difficile immaginare una forma più evidente di inefficienza.

Oggi più che mai, il nostro pianeta affronta una crisi ambientale senza precedenti. Rifiuti, sprechi e inquinamento stanno trasformando il giardino che ci è stato donato in una discarica. Ma c'è ancora speranza. La nostra idea nasce con l'obiettivo di contrastare questo degrado, promuovendo soluzioni concrete per ridurre i rifiuti e combattere lo spreco. Ognuno di noi ha un ruolo nella salvaguardia del pianeta. Partecipare ai nostri progetti, adottare uno stile di vita più sostenibile e diffondere la consapevolezza sono passi fondamentali verso il cambiamento. Unisciti a noi nella lotta per un futuro migliore!

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