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Miniere negli abissi: dobbiamo scavare il fondo dell’oceano per salvare il clima?

Miniere negli abissi: dobbiamo scavare il fondo dell’oceano per salvare il clima?

A migliaia di metri sotto la superficie esistono depositi ricchi di nichel, rame, cobalto e manganese. Potrebbero alimentare alcune tecnologie della transizione energetica, ma estrarli significa intervenire in ecosistemi che conosciamo ancora molto poco.

Quando pensiamo a una miniera immaginiamo una montagna scavata, enormi escavatori, strade sterrate e tonnellate di roccia spostate ogni giorno.

Esiste però un’altra possibile frontiera dell’industria mineraria che non vedremmo mai con i nostri occhi.

Si trova a migliaia di metri sotto la superficie dell’oceano, in luoghi dove la luce del Sole non arriva, le temperature sono molto basse e la pressione è enorme.

Su alcune pianure abissali sono presenti milioni di formazioni rocciose chiamate noduli polimetallici. Crescono molto lentamente sul fondale e contengono metalli come manganese, nichel, rame e cobalto, materiali utilizzati in numerose tecnologie industriali e, in alcuni casi, nelle batterie e nelle infrastrutture della transizione energetica.

Da qui nasce una domanda che nei prossimi anni potrebbe diventare sempre più importante.

Se abbiamo bisogno di più minerali per elettrificare trasporti, reti e sistemi energetici, perché non recuperarne una parte dal fondo degli oceani?

La risposta è molto meno semplice di quanto possa sembrare.

Una nuova frontiera mineraria

Il cosiddetto deep-sea mining, l’estrazione mineraria in acque profonde, comprende attività differenti. Oltre ai noduli polimetallici delle pianure abissali, esistono depositi di solfuri nei pressi di sorgenti idrotermali e croste ricche di metalli che si formano sulle montagne sottomarine.

Una delle aree più studiate è la Clarion-Clipperton Zone, una vasta regione del Pacifico compresa grossomodo tra Hawaii e Messico, dove sono presenti grandi concentrazioni di noduli.

Nelle zone dei fondali oltre le giurisdizioni nazionali, la gestione delle risorse minerarie rientra nel quadro dell’International Seabed Authority, l’organizzazione istituita dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

Al momento, però, è importante chiarire un punto: l’ISA non ha autorizzato alcuna attività commerciale di estrazione mineraria nell’Area internazionale. Sono stati stipulati contratti di esplorazione, ma le regole che dovrebbero disciplinare un’eventuale futura fase commerciale sono ancora oggetto di negoziato.

Nel 2026 il Consiglio dell’ISA ha continuato infatti a lavorare al cosiddetto Mining Code, il complesso di norme che dovrebbe stabilire condizioni, controlli e obblighi ambientali per un’eventuale futura attività estrattiva.

Questa distinzione è fondamentale.

La corsa ai minerali degli abissi è già iniziata sul piano scientifico, tecnologico e politico, ma non siamo ancora di fronte a una normale industria mineraria commerciale operativa nelle aree internazionali.

Che cosa sono davvero i noduli polimetallici?

A prima vista possono sembrare semplici pietre sparse sul fondo del mare.

In realtà sono il risultato di processi estremamente lenti.

I metalli presenti nell’acqua marina e nei sedimenti si depositano progressivamente attorno a un piccolo nucleo, formando strutture che possono richiedere milioni di anni per raggiungere dimensioni di pochi centimetri.

Questo significa che, dal punto di vista umano, non sono una risorsa rinnovabile.

Una volta rimossi, non possiamo aspettare qualche decennio e ritrovarli al loro posto.

E non sono nemmeno semplicemente pietre appoggiate su un fondale biologicamente vuoto.

Attorno ai noduli e nei sedimenti circostanti vivono organismi adattati a condizioni molto particolari. Alcune specie utilizzano proprio le superfici dure offerte dai noduli come habitat.

Rimuovere il minerale significa quindi rimuovere anche una parte della struttura fisica dell’ecosistema.

Come si estrae qualcosa a cinquemila metri di profondità?

Non si tratta naturalmente di mandare minatori sul fondo dell’oceano.

I progetti di deep-sea mining prevedono grandi veicoli robotizzati che si muovono sul fondale raccogliendo i noduli. Il materiale verrebbe poi trasportato verso una nave in superficie attraverso lunghi sistemi di tubazioni.

Dal punto di vista ingegneristico è un’impresa straordinaria.

Dal punto di vista ambientale, però, significa far transitare macchine pesanti su sedimenti che in molti casi sono rimasti relativamente indisturbati per periodi enormemente più lunghi della storia della nostra civiltà.

I veicoli non raccoglierebbero soltanto i noduli. Comprimerebbero e disturberebbero il fondo marino, sollevando sedimenti.

Una delle principali questioni scientifiche riguarda proprio questi pennacchi di sedimento, che possono essere trasportati dalle correnti e influenzare organismi anche oltre l’area direttamente attraversata dalle macchine.

A questo si aggiungono rumore, illuminazione artificiale e altre forme di disturbo in ambienti evoluti in condizioni di oscurità quasi totale.

Il problema più grande è quanto poco conosciamo gli abissi

L’oceano profondo è uno degli ambienti meno conosciuti del pianeta.

Ogni nuova campagna scientifica continua a descrivere specie e relazioni ecologiche che prima conoscevamo poco o per nulla.

Questo crea una situazione insolita.

Normalmente cerchiamo di valutare l’impatto di un’attività confrontando ciò che potrebbe accadere con una situazione di partenza ben conosciuta.

Nei fondali oceanici profondi, invece, la situazione di partenza è in parte ancora da scoprire.

Non sappiamo esattamente quante specie vivano in molte aree, quale sia il loro ruolo ecologico o quanto tempo occorrerebbe agli ecosistemi per recuperare dopo un disturbo su larga scala.

Questo non dimostra automaticamente che il deep-sea mining sia incompatibile con qualsiasi forma di tutela ambientale.

Dimostra però che la decisione viene presa in condizioni di forte incertezza scientifica.

Ed è proprio questa incertezza il centro della discussione.

Ma anche le miniere sulla terra hanno un costo

A questo punto sarebbe facile concludere che sia sufficiente lasciare intatti gli abissi.

Ma il problema dei minerali non scompare.

Rame, nichel, cobalto, litio e molti altri materiali vengono estratti sulla terraferma e la loro produzione può comportare deforestazione, consumo d’acqua, emissioni, inquinamento e conflitti con le comunità locali.

UNEP ha sottolineato come la crescente domanda di minerali e metalli legata alla digitalizzazione e alla decarbonizzazione renda sempre più importante ridurre gli impatti ambientali e sociali dell’intero settore estrattivo.

È quindi troppo semplice contrapporre una miniera terrestre “cattiva” a un fondale oceanico “buono”, o viceversa.

Ogni fonte di materie prime comporta conseguenze.

La domanda vera è quale combinazione di estrazione, riciclo, innovazione e riduzione della domanda produca il minor danno complessivo.

La transizione ecologica ha bisogno di materia

È un aspetto che a volte dimentichiamo.

Pannelli solari, turbine eoliche, batterie, reti elettriche e veicoli elettrici permettono di ridurre l’utilizzo dei combustibili fossili, ma non sono immateriali.

Richiedono acciaio, rame, alluminio e numerosi altri minerali.

La transizione energetica sostituisce quindi progressivamente un sistema basato sull’estrazione continua di combustibili con uno che richiede grandi quantità di materiali per costruire infrastrutture.

La differenza è importante: un pannello o una batteria vengono costruiti utilizzando materia che può restare in servizio per anni, mentre carbone, petrolio e gas vengono estratti per essere bruciati una sola volta.

Ciò non significa però che i minerali diventino improvvisamente privi di impatto.

Più rapidamente costruiamo nuove infrastrutture, maggiore diventa la pressione sulle filiere minerarie.

Ed è proprio questa pressione a rendere appetibili risorse che fino a pochi anni fa sembravano troppo difficili da raggiungere.

Prima di aprire una nuova miniera potremmo guardare quelle che abbiamo già costruito

Una parte crescente dei metalli necessari alla nostra economia si trova già nelle città.

Automobili.

Computer.

Telefoni.

Elettrodomestici.

Cavi.

Batterie.

Edifici.

Ogni prodotto arrivato alla fine della propria vita contiene materiali che abbiamo già estratto dal pianeta, raffinato e trasportato.

Per questo si parla sempre più spesso di urban mining, la possibilità di considerare città e rifiuti tecnologici come vere e proprie miniere secondarie.

Il riciclo non potrà probabilmente soddisfare da solo tutta la domanda, soprattutto mentre il sistema energetico mondiale continua a espandersi.

Ma può ridurre la quantità di nuova estrazione necessaria.

E soprattutto aumenta di importanza man mano che cresce il patrimonio di metalli già presente nell’economia.

Anche cambiare tecnologia può cambiare la domanda di minerali

Le previsioni sulle risorse necessarie non sono immutabili.

Le tecnologie evolvono.

Alcune batterie utilizzano quantità significative di nichel e cobalto, mentre altre chimiche ne utilizzano quantità minori o non ne utilizzano affatto.

I processi industriali diventano più efficienti.

Le batterie vengono progettate per durare più a lungo.

Il recupero dei materiali migliora.

Questo significa che la domanda futura di un determinato minerale dipende non soltanto da quante automobili elettriche o sistemi di accumulo costruiremo, ma anche da come saranno costruiti.

È un elemento importante nel dibattito sul deep-sea mining.

Prima di sostenere che un nuovo territorio debba necessariamente essere sfruttato, dovremmo essere ragionevolmente sicuri che quella risorsa sia davvero necessaria e che non esistano alternative meno impattanti.

E poi esiste un’altra domanda: quanta tecnologia ci serve davvero?

La transizione ecologica viene spesso presentata come una semplice sostituzione.

Sostituiamo ogni automobile a benzina con una elettrica.

Ogni centrale fossile con una rinnovabile.

Ogni apparecchio con uno nuovo più efficiente.

Ma un sistema sostenibile potrebbe richiedere anche qualcosa di più profondo.

Una città con trasporto pubblico efficiente, percorsi pedonali e servizi vicini può avere bisogno di meno automobili complessive, indipendentemente dal motore che utilizzano.

Un prodotto che dura vent’anni richiede meno sostituzioni di uno progettato per durarne cinque.

Un’economia che recupera materiali ha bisogno di meno nuove miniere di una che continua a trasformare risorse preziose in rifiuti.

La questione mineraria, quindi, non riguarda soltanto dove scavare.

Riguarda anche quanto materiale chiediamo al sistema economico.

Il principio di prudenza

Quando una nuova tecnologia promette grandi benefici ma comporta rischi difficili da quantificare, nasce inevitabilmente una discussione sul principio di precauzione.

Nel caso delle miniere abissali la domanda è particolarmente delicata: quanto dobbiamo sapere prima di autorizzare un’attività che potrebbe trasformare ecosistemi molto difficili da osservare e ancora più difficili da ripristinare?

Alcuni governi e organizzazioni chiedono una pausa precauzionale o una moratoria finché non saranno disponibili conoscenze scientifiche e regole ritenute sufficienti.

Altri paesi e soggetti industriali ritengono invece che sia possibile costruire un quadro regolatorio capace di consentire l’estrazione minimizzando gli impatti.

La discussione internazionale è ancora aperta.

L’ISA stessa conferma che le regole per lo sfruttamento commerciale sono tuttora in negoziazione e che, allo stato attuale, nessuna attività commerciale è stata approvata nelle aree internazionali sotto il suo mandato.

Non siamo quindi ancora al punto in cui la questione possa essere considerata decisa.

L’oceano profondo non è un deserto

Per molto tempo abbiamo immaginato gli abissi come ambienti praticamente vuoti.

Freddi, bui e biologicamente poveri.

Oggi sappiamo che non è così.

La vita esiste anche nelle profondità estreme e ha sviluppato adattamenti straordinari. Alcuni ecosistemi crescono con una lentezza che rende i nostri tempi industriali quasi istantanei al confronto.

È proprio questa lentezza a rendere il problema particolare.

Una foresta abbattuta può, almeno in teoria, ricrescere nell’arco di decenni o secoli.

Un nodulo polimetallico che impiega milioni di anni a formarsi non può essere ripristinato in tempi significativi per una società umana.

Quando interveniamo sul fondo dell’oceano dobbiamo quindi accettare l’idea che alcune trasformazioni possano essere, nella pratica, irreversibili su scala umana.

Non dobbiamo scegliere tra clima e oceano

Il titolo di questo articolo contiene volutamente una provocazione.

Dobbiamo scavare il fondo dell’oceano per salvare il clima?

Probabilmente la domanda è formulata male.

Proteggere il clima distruggendo altri sistemi naturali non sarebbe una vera transizione ecologica.

Allo stesso tempo, pretendere di costruire un sistema energetico completamente nuovo senza riconoscere che esso richiederà grandi quantità di materiali sarebbe altrettanto irrealistico.

La soluzione non consiste nel scegliere quale ambiente sacrificare.

Consiste nel cercare di ridurre contemporaneamente la dipendenza dai combustibili fossili e la quantità di nuove risorse che dobbiamo estrarre.

Significa migliorare il riciclo, progettare tecnologie meno dipendenti da materiali critici, rendere i prodotti più longevi e utilizzare meglio ciò che abbiamo già.

E soltanto dopo valutare quanta nuova estrazione sia realmente necessaria e dove possa avvenire con il minor danno possibile.

L’ultima frontiera

Gli esseri umani hanno raggiunto quasi ogni ambiente del pianeta.

Abbiamo trasformato foreste, deviato fiumi, perforato montagne e scavato miniere profonde chilometri.

Il fondo dell’oceano rappresenta una delle ultime grandi frontiere che non abbiamo ancora industrializzato su larga scala.

Questo non significa che debba rimanere intoccabile per principio.

Ma dovrebbe renderci particolarmente prudenti.

Perché possiamo sempre decidere di iniziare a sfruttare una nuova risorsa.

Molto più difficile è tornare indietro dopo aver scoperto che l’ecosistema che abbiamo modificato svolgeva funzioni che non avevamo ancora compreso.

Forse i minerali degli abissi diventeranno un giorno una componente della nostra economia.

Forse nuove tecnologie e il riciclo ridurranno la necessità di utilizzarli.

O forse scopriremo che il loro valore maggiore consiste proprio nel lasciarli sul fondo.

Non abbiamo ancora tutte le risposte.

Ed è precisamente questo il motivo per cui dovremmo evitare di comportarci come se le avessimo già.

Prima di aprire una nuova miniera nell’ultimo grande ambiente quasi inesplorato della Terra, dovremmo almeno conoscere abbastanza bene ciò che rischiamo di perdere.

Oggi più che mai, il nostro pianeta affronta una crisi ambientale senza precedenti. Rifiuti, sprechi e inquinamento stanno trasformando il giardino che ci è stato donato in una discarica. Ma c'è ancora speranza. La nostra idea nasce con l'obiettivo di contrastare questo degrado, promuovendo soluzioni concrete per ridurre i rifiuti e combattere lo spreco. Ognuno di noi ha un ruolo nella salvaguardia del pianeta. Partecipare ai nostri progetti, adottare uno stile di vita più sostenibile e diffondere la consapevolezza sono passi fondamentali verso il cambiamento. Unisciti a noi nella lotta per un futuro migliore!

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