Il pianeta a 1,5 °C: la soglia che non è un interruttore
“Non abbiamo una data precisa entro la quale salvare il pianeta. Abbiamo però una quantità crescente di rischi da evitare. E ogni decimo di grado conta.”
Non abbiamo una data precisa entro la quale salvare il pianeta. Abbiamo però una quantità crescente di rischi da evitare. E ogni decimo di grado conta.
Per anni abbiamo parlato di 1,5 °C come se fosse una linea rossa netta: prima di quella soglia un pianeta ancora relativamente sicuro, dopo un mondo improvvisamente fuori controllo.
È una rappresentazione efficace, ma troppo semplice.
Il limite di 1,5 °C indicato dall’Accordo di Parigi non funziona come un interruttore che scatta in un giorno preciso. È un riferimento al riscaldamento medio globale di lungo periodo rispetto all’epoca preindustriale. Questo significa che un singolo anno particolarmente caldo non coincide automaticamente con il superamento definitivo dell’obiettivo climatico, ma rappresenta comunque un segnale molto serio della direzione che stiamo prendendo.
Negli ultimi anni le temperature globali hanno raggiunto livelli eccezionalmente elevati e la tendenza di fondo è ormai evidente. La questione, quindi, non è stabilire se il clima stia cambiando, ma capire quanto rapidamente riusciremo a limitarne l’ulteriore riscaldamento e quanto saremo capaci di adattarci alle conseguenze già in corso.
Un numero importante, ma non magico
Quando si parla di 1,5 °C è facile immaginare una soglia precisa oltre la quale tutto cambia improvvisamente.
La realtà è diversa.
A 1,49 °C il pianeta non è al sicuro e a 1,51 °C non diventa improvvisamente inabitabile. Il rischio climatico cresce in modo progressivo.
Ogni aumento della temperatura media globale modifica la probabilità e l’intensità di fenomeni estremi, come ondate di calore, precipitazioni intense, siccità, incendi, perdita di ghiaccio e innalzamento del livello del mare. Alcuni ecosistemi diventano più vulnerabili, alcune aree del pianeta più difficili da abitare e i costi economici dell’adattamento aumentano.
Per questo il dato di 1,5 °C è importante non perché rappresenti una frontiera assoluta tra sicurezza e catastrofe, ma perché indica un livello di rischio che la comunità internazionale ha deciso di cercare di non superare.
In altre parole, non esiste una temperatura oltre la quale ogni intervento diventa inutile.
Un mondo che si stabilizza a 1,7 °C sarà comunque meno rischioso di uno a 2 °C. E un mondo a 2 °C sarà molto meno difficile da gestire di uno a 2,5 o 3 °C.
È questo uno degli aspetti più importanti, e spesso meno compresi, del cambiamento climatico: ogni decimo di grado evitato continua ad avere valore.
Il rischio di raccontare il clima come un conto alla rovescia
Negli anni abbiamo sentito spesso frasi come “abbiamo dieci anni per salvare il pianeta” oppure “se superiamo questa soglia sarà troppo tardi”.
Sono formule nate per comunicare urgenza, ma hanno anche un effetto collaterale.
Quando una scadenza simbolica arriva e il mondo non finisce, alcune persone concludono che gli allarmi fossero esagerati. Altre, al contrario, finiscono per pensare che ormai non ci sia più nulla da fare.
Entrambe le reazioni sono sbagliate.
Il cambiamento climatico non è una partita che si conclude a una certa data. È un processo nel quale ogni scelta modifica la quantità di riscaldamento futuro e quindi la gravità delle conseguenze.
Questo significa che non esiste un momento preciso nel quale smettere di ridurre le emissioni diventa razionale.
Anche se alcuni obiettivi diventassero più difficili da raggiungere, evitare un ulteriore aumento delle temperature resterebbe comunque utile.
Non stiamo cercando di salvare il pianeta
Forse dovremmo cambiare anche il linguaggio con cui raccontiamo la crisi climatica.
La Terra non ha bisogno di essere salvata.
Il pianeta ha attraversato trasformazioni enormi molto prima della comparsa dell’essere umano. Ha conosciuto ere glaciali, estinzioni di massa, cambiamenti profondi dell’atmosfera e della composizione degli ecosistemi.
Continuerà a esistere anche in condizioni molto diverse da quelle attuali.
Ciò che stiamo cercando di proteggere sono le condizioni climatiche relativamente stabili che hanno permesso alla civiltà umana di sviluppare agricoltura, città, infrastrutture e sistemi economici complessi.
Il problema, quindi, non è la sopravvivenza della Terra in quanto pianeta.
È la qualità e la stabilità del mondo nel quale dovranno vivere miliardi di persone.
Il clima riguarda molto più dell’ambiente
Quando parliamo di riscaldamento globale pensiamo spesso ai ghiacciai, alle foreste, agli oceani o agli animali.
Ma il clima entra direttamente nella nostra economia.
Una siccità prolungata può ridurre la produzione agricola e aumentare il prezzo degli alimenti. Un’ondata di calore può aumentare la mortalità, ridurre la produttività del lavoro e mettere sotto pressione le reti elettriche. Piogge eccezionali possono danneggiare strade, ponti e abitazioni costruiti pensando a condizioni meteorologiche del passato.
L’innalzamento del livello del mare può rendere progressivamente più costosa la protezione delle città costiere, mentre alcuni territori dovranno investire sempre più risorse in sistemi di adattamento.
Per questo il cambiamento climatico viene spesso definito un moltiplicatore di rischio.
Non crea necessariamente ogni problema da zero, ma può rendere più gravi fragilità già esistenti.
Una regione con problemi di approvvigionamento idrico diventa più vulnerabile quando le precipitazioni diminuiscono o diventano più irregolari. Una città molto cementificata soffre maggiormente durante un’ondata di calore. Un sistema agricolo poco diversificato può reagire peggio a condizioni climatiche estreme.
Il clima entra così in questioni che apparentemente sembrano lontane dall’ambiente: salute, economia, migrazioni, sicurezza alimentare, infrastrutture e disuguaglianze.
Non serve scegliere tra catastrofismo e negazione
Il dibattito pubblico sul clima tende spesso a polarizzarsi.
Da una parte c’è chi descrive ogni nuovo record come l’anticamera di una catastrofe inevitabile. Dall’altra chi utilizza ogni incertezza scientifica o ogni oscillazione naturale per mettere in dubbio l’intero fenomeno.
Tra queste due posizioni esiste però lo spazio più importante: quello dei dati, della probabilità e della gestione del rischio.
La scienza climatica non ci dice che la civiltà finirà a una determinata temperatura. Ci dice che l’aumento delle concentrazioni di gas serra modifica il sistema climatico e che rischi e danni tendono ad aumentare con il riscaldamento.
Non abbiamo bisogno di immaginare la fine del mondo per giustificare una politica climatica seria.
Se sappiamo che una traiettoria aumenta progressivamente il rischio di danni economici, sociali e ambientali, cercare di ridurre quel rischio è semplicemente razionale.
La transizione avrà un costo
Anche questo punto merita di essere affrontato senza semplificazioni.
Ridurre le emissioni non è gratuito.
Serviranno nuove reti elettriche, sistemi di accumulo, fonti energetiche a basse emissioni, edifici più efficienti, infrastrutture differenti e processi industriali capaci di utilizzare meno combustibili fossili.
Tutto questo richiede investimenti, materie prime, territorio, tecnologia e tempo.
La transizione ecologica non è priva di impatti e non dovrebbe essere raccontata come se lo fosse.
Ma esiste anche un altro costo: quello dell’inazione.
Ricostruire un territorio dopo un’alluvione costa. Proteggere una costa dall’innalzamento del mare costa. Adattare l’agricoltura a condizioni climatiche più difficili costa. Gestire ondate di calore sempre più intense costa.
La differenza è che una parte degli investimenti nella transizione costruisce infrastrutture e tecnologie che possono produrre benefici nel tempo, mentre molti costi climatici servono semplicemente a riparare danni già subiti.
Prevenire non è gratuito.
Ma questo non significa che subire le conseguenze sia più conveniente.
Mitigare e adattarsi non sono alternative
Per molto tempo il dibattito climatico ha contrapposto due strategie.
Da una parte la mitigazione, cioè la riduzione delle emissioni.
Dall’altra l’adattamento, cioè la capacità di convivere con un clima che cambia.
In realtà abbiamo bisogno di entrambe.
Una parte del riscaldamento è già avvenuta e molte conseguenze sono ormai inevitabili. Le città dovranno prepararsi a temperature più alte, le infrastrutture dovranno essere progettate per eventi estremi più intensi e la gestione dell’acqua dovrà adattarsi a precipitazioni meno prevedibili.
Ma adattarsi senza ridurre le emissioni significherebbe inseguire un problema che continua a diventare più grande.
Allo stesso modo, ridurre le emissioni senza prepararsi ai cambiamenti già in corso sarebbe insufficiente.
La politica climatica più seria è quindi quella che cerca contemporaneamente di limitare il riscaldamento futuro e ridurre la vulnerabilità presente.
Ogni decimo di grado conta davvero
Questa frase può sembrare uno slogan, ma racchiude uno dei messaggi più concreti della scienza climatica.
Ogni quantità di anidride carbonica che evitiamo di aggiungere all’atmosfera contribuisce a limitare il riscaldamento futuro.
Questo non significa che il contributo di una singola persona possa cambiare da solo il clima globale. Significa che il sistema fisico risponde alla somma delle emissioni prodotte nel tempo.
Per questo le politiche energetiche, industriali e dei trasporti hanno un peso enorme.
Ma significa anche che non esiste un momento nel quale possiamo dire che qualsiasi ulteriore sforzo sia inutile.
Se non riuscissimo a fermarci esattamente a 1,5 °C, avrebbe comunque senso evitare 1,6.
Se arrivassimo a 1,6, avrebbe senso evitare 1,7.
La logica non cambia.
L’obiettivo non è raggiungere una perfezione climatica impossibile.
È ridurre quanto più possibile il rischio.
Il futuro non è scritto in una soglia
Il valore di 1,5 °C dovrebbe quindi essere interpretato per quello che realmente rappresenta: un riferimento scientifico e politico che ci aiuta a comprendere quanto rapidamente ci stiamo allontanando dalle condizioni climatiche nelle quali si è sviluppata la società moderna.
Non è una data di scadenza.
Non è un confine magico.
E non è nemmeno un numero che possiamo ignorare.
È un segnale di pericolo crescente.
Possiamo discutere sulle tecnologie migliori, sui tempi della transizione, sui costi economici, sull’energia nucleare, sulle rinnovabili, sui sistemi di accumulo e sulle responsabilità differenti tra paesi sviluppati ed economie emergenti.
Sono discussioni necessarie e spesso complesse.
Ma non dovrebbero farci perdere di vista il punto essenziale.
Continuare ad aumentare il rischio soltanto perché ridurlo è difficile non è una strategia.
È una scelta.
E le scelte possono ancora cambiare il futuro.
1,5 °C non è la fine del mondo. È un avvertimento. E soprattutto ci ricorda che, anche quando una soglia si avvicina, ogni frazione di grado che riusciamo a evitare continua a fare la differenza.



Commento all'articolo