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Plastica: riciclare non basterà mai se continuiamo ad aprire il rubinetto

Plastica: riciclare non basterà mai se continuiamo ad aprire il rubinetto

La raccolta differenziata è indispensabile, ma non può risolvere da sola un problema che nasce molto prima del cassonetto. Se continuiamo a produrre e consumare plastica sempre più velocemente, il riciclo rischia di trasformarsi nel tentativo di svuotare una vasca lasciando il rubinetto aperto.

La plastica è uno dei materiali più utili che abbiamo inventato.

È leggera, resistente, economica e può essere modellata praticamente in qualsiasi forma. Ha rivoluzionato la medicina, la conservazione degli alimenti, i trasporti, l’edilizia, l’elettronica e una quantità enorme di oggetti che utilizziamo ogni giorno.

Proprio per questo sarebbe troppo semplice trasformarla nel nemico.

Il problema non è l’esistenza della plastica.

Il problema è il modo in cui abbiamo imparato a usarla.

Un materiale progettato per resistere molto a lungo viene impiegato spesso per produrre oggetti che utilizziamo per pochi minuti. Una bottiglia, una confezione, una posata, un sacchetto possono avere una vita utile brevissima e lasciare invece una traccia ambientale molto più lunga.

È questa contraddizione ad aver trasformato uno dei materiali più versatili della nostra civiltà in uno dei suoi problemi ambientali più difficili.

La quantità continua a crescere

Secondo UNEP, l’umanità ha consumato oltre 500 milioni di tonnellate di plastica nel 2024, generando rapidamente circa 400 milioni di tonnellate di rifiuti plastici.

Le proiezioni sul futuro sono ancora più significative. In assenza di cambiamenti importanti nelle politiche e nei modelli di consumo, l’OCSE prevede che l’utilizzo globale della plastica e la produzione dei relativi rifiuti possano arrivare quasi a triplicare entro il 2060 rispetto ai livelli del 2019.

È qui che emerge il limite di una strategia fondata quasi esclusivamente sul riciclo.

Possiamo costruire impianti migliori, aumentare la raccolta differenziata e recuperare una quota crescente dei materiali. Ma se la quantità di plastica immessa sul mercato cresce più rapidamente della nostra capacità di recuperarla, continueremo comunque ad aumentare il volume complessivo dei rifiuti.

Il riciclo rimane fondamentale.

Semplicemente, non può essere l’unica risposta.

Non tutta la plastica può tornare plastica

Quando gettiamo correttamente un imballaggio nel contenitore della raccolta differenziata, possiamo avere l’impressione che il problema sia risolto.

Il materiale entra nel sistema di raccolta, viene selezionato, riciclato e torna a essere un nuovo prodotto.

In alcuni casi accade realmente.

Ma la realtà industriale è molto più complessa.

Esistono moltissimi tipi di polimeri, ai quali vengono aggiunti coloranti, plastificanti, stabilizzanti e altre sostanze per ottenere caratteristiche differenti. I prodotti possono essere composti da più materiali incollati o fusi insieme e possono essere contaminati da residui che rendono il recupero più difficile.

Anche la qualità conta.

Alcune plastiche possono essere riciclate con buoni risultati, mentre altre perdono progressivamente caratteristiche e devono essere utilizzate per prodotti differenti o mescolate con materiale vergine.

Secondo le analisi dell’OCSE, nel 2019 soltanto circa il 9% dei rifiuti plastici mondiali è stato effettivamente riciclato dopo aver considerato le perdite dei processi di recupero.

Non significa che riciclare sia inutile.

Significa che dobbiamo smettere di raccontarlo come una macchina capace di far scomparire qualsiasi quantità di plastica continuiamo a produrre.

Il problema comincia quando progettiamo il prodotto

Una bottiglia composta da un unico materiale facilmente identificabile ha prospettive di recupero diverse da un imballaggio formato da numerosi strati difficili da separare.

Un contenitore pensato per essere utilizzato decine di volte ha una storia diversa da uno progettato per diventare rifiuto pochi minuti dopo l’acquisto.

Per questo l’economia circolare non dovrebbe cominciare davanti ai cassonetti.

Dovrebbe cominciare negli uffici dove vengono progettati i prodotti.

Prima ancora di domandarci come riciclare un oggetto dovremmo chiederci se fosse necessario produrlo in quel modo, se potesse utilizzare meno materiale, se potesse essere riutilizzato e se i suoi componenti potessero essere separati facilmente alla fine della vita utile.

È molto più efficace evitare di creare un rifiuto difficile da gestire che inventare successivamente un sistema complicato per cercare di recuperarlo.

La plastica non scompare: diventa più piccola

Uno degli aspetti più insidiosi della plastica è proprio la sua resistenza.

Nell’ambiente può frammentarsi progressivamente in particelle sempre più piccole senza necessariamente scomparire.

Nascono così le microplastiche, generalmente definite come particelle inferiori a cinque millimetri, e le ancora più piccole nanoplastiche.

Possono derivare dalla degradazione di oggetti più grandi, ma anche essere liberate durante l’utilizzo di prodotti e materiali: pneumatici, tessuti sintetici, vernici e numerose altre fonti contribuiscono alla dispersione.

UNEP stima che ogni anno 19-23 milioni di tonnellate di rifiuti plastici entrino negli ecosistemi acquatici. Senza interventi significativi, le emissioni di plastica in questi ambienti potrebbero quasi triplicare entro il 2040.

Una volta disperse, le particelle possono viaggiare attraverso acqua, aria, suolo e catene alimentari.

Il problema non rimane quindi confinato alla spiaggia sulla quale vediamo una bottiglia abbandonata.

La plastica è arrivata anche dentro di noi

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha individuato microplastiche in numerosi campioni biologici umani. Studi e revisioni scientifiche ne hanno segnalato la presenza, tra gli altri, nel sangue, nei polmoni e nella placenta.

Questo è un dato importante, ma richiede molta prudenza.

La presenza di una sostanza nel corpo non dimostra automaticamente che provochi una determinata malattia.

La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che l’esposizione a micro- e nanoplastiche attraverso ingestione e inalazione è ormai oggetto di crescente attenzione, ma che esistono ancora importanti lacune nella conoscenza degli effetti sulla salute e dei livelli reali di rischio.

È quindi corretto preoccuparsi e continuare la ricerca.

Non sarebbe corretto trasformare ogni nuovo studio in una certezza sanitaria che la scienza non possiede ancora.

Le microplastiche sono state rilevate in diversi tessuti e fluidi umani. La ricerca sta cercando di comprendere quali conseguenze possa avere l’esposizione nel lungo periodo: la loro presenza è documentata, mentre molti effetti sulla salute devono ancora essere chiariti.

Non dobbiamo eliminare tutta la plastica

Quando un problema diventa evidente, la tentazione è cercare una soluzione assoluta.

Basta plastica.

Ma anche questa sarebbe una semplificazione.

In un ospedale la plastica permette di realizzare dispositivi sterili, leggeri e monouso che riducono il rischio di infezioni. Negli alimenti, alcuni imballaggi possono aumentare la durata dei prodotti e diminuire lo spreco. Nei trasporti, materiali leggeri possono contribuire a ridurre consumi energetici.

La questione non è quindi utilizzare plastica oppure non utilizzarla.

La domanda più utile è:

dove la plastica produce un beneficio che giustifica il suo utilizzo e dove, invece, la stiamo usando semplicemente perché è economica e comoda?

Una siringa monouso e una decorazione commerciale destinata a essere buttata dopo pochi minuti non hanno lo stesso valore sociale.

Trattarle allo stesso modo non avrebbe senso.

Il monouso è il vero paradosso

La contraddizione più evidente emerge proprio con gli oggetti monouso.

Abbiamo preso un materiale straordinariamente durevole e lo abbiamo utilizzato per realizzare prodotti deliberatamente temporanei.

Questo modello funziona molto bene economicamente perché consente di produrre quantità enormi di oggetti a costi molto bassi.

Dal punto di vista materiale, però, è estremamente inefficiente.

Ogni oggetto richiede estrazione di materie prime, energia, lavorazione, trasporto e distribuzione. Se viene utilizzato una sola volta, tutta questa infrastruttura serve per pochi minuti di servizio.

Il problema non è quindi soltanto il rifiuto finale.

È la quantità di risorse impiegata per sostenere un sistema nel quale enormi flussi di materia attraversano rapidamente l’economia per trasformarsi quasi immediatamente in scarto.

Prima ridurre, poi riutilizzare, infine riciclare

Per anni abbiamo concentrato quasi tutta la comunicazione ambientale sull’ultimo passaggio.

Riciclare.

È importante, ma la gerarchia dovrebbe essere diversa.

Quando possibile, evitare un prodotto inutile impedisce che il problema nasca.

Quando il prodotto è necessario, utilizzare più volte lo stesso oggetto distribuisce il suo impatto su un periodo più lungo.

Soltanto quando il prodotto non può più essere utilizzato entra in gioco il riciclo.

È questa la logica che UNEP* ha riassunto nel rapporto Turning off the Tap, proponendo una trasformazione dell’intero sistema basata sulla riduzione degli usi problematici e non necessari, sul riuso, sul riciclo e sulla riprogettazione dei prodotti. Secondo l’organizzazione, combinando politiche e tecnologie già disponibili sarebbe possibile ridurre l’inquinamento da plastica in misura molto significativa entro il 2040.

La metafora del rubinetto è particolarmente efficace.

Se una vasca trabocca, certamente dobbiamo raccogliere l’acqua dal pavimento.

Ma prima o poi dovremo anche diminuire ciò che continua a entrare.

La plastica è anche una questione climatica

La plastica non nasce dal nulla.

Gran parte della produzione mondiale utilizza materie prime fossili e richiede energia durante l’estrazione, la raffinazione, la produzione dei polimeri e la trasformazione dei prodotti.

UNEP stima che nel 2019 il ciclo della plastica abbia prodotto circa 1,8 miliardi di tonnellate di gas serra, equivalenti a circa il 3,4% delle emissioni globali di quell’anno.

Questo significa che il problema della plastica è collegato anche alla transizione energetica.

Se continuiamo ad aumentare enormemente la produzione mentre cerchiamo contemporaneamente di ridurre l’utilizzo di combustibili fossili, dovremo affrontare anche il modo in cui produciamo i materiali.

Ancora una volta, ambiente, energia ed economia circolare non sono problemi separati.

Sono parti dello stesso sistema.

Un trattato mondiale ancora da scrivere

Il carattere globale del problema ha portato le Nazioni Unite ad avviare il negoziato per un accordo internazionale giuridicamente vincolante sull’inquinamento da plastica.

Al 15 agosto 2026, però, il trattato non è ancora concluso.

La sessione INC-5.3 del 7 febbraio 2026 è stata dedicata a questioni organizzative e all’elezione della nuova presidenza, senza negoziati sostanziali. Il processo proseguirà con INC-5.4, previsto dal 27 al 30 settembre 2026 in Thailandia.

Uno dei motivi per cui l’accordo è così difficile riguarda proprio la natura del problema.

Alcuni paesi insistono maggiormente sulla gestione dei rifiuti e sul riciclo; altri vogliono intervenire anche sulla produzione, sui prodotti problematici e sulle sostanze chimiche utilizzate lungo l’intero ciclo di vita.

Non stiamo discutendo soltanto di come pulire gli oceani.

Stiamo discutendo di come modificare una delle industrie più importanti dell’economia mondiale.

Ed è inevitabile che gli interessi siano enormi.

Il consumatore può fare qualcosa, ma non può fare tutto

Possiamo utilizzare borracce, evitare prodotti superflui, preferire oggetti riutilizzabili e separare correttamente i rifiuti.

Sono comportamenti utili.

Ma attribuire l’intera responsabilità al consumatore sarebbe ingiusto e inefficace.

Non siamo noi a decidere se una confezione sia composta da cinque materiali difficili da separare.

Non siamo noi a scegliere quali additivi utilizzare durante la produzione.

Non possiamo riciclare correttamente un oggetto che è stato progettato male.

Per questo una vera economia circolare richiede responsabilità anche ai produttori.

Un’impresa dovrebbe essere incentivata a progettare prodotti durevoli, riparabili e facilmente recuperabili e dovrebbe partecipare ai costi generati alla fine della loro vita.

La sostenibilità non può dipendere soltanto dalla buona volontà di chi si trova davanti a tre bidoni colorati.

Il problema non è la plastica. È l’idea dell’usa e getta

Forse è questa la conclusione più importante.

La plastica ha reso possibile una parte enorme del nostro progresso tecnologico.

Demonizzarla sarebbe tanto inutile quanto considerarla innocua.

Il vero problema è culturale ed economico: abbiamo costruito un sistema nel quale materie prime preziose diventano prodotti economici e prodotti economici diventano rapidamente rifiuti.

La plastica rende questo paradosso particolarmente evidente perché rimane nell’ambiente molto più a lungo del tempo durante il quale l’abbiamo utilizzata.

Una bottiglia usata per pochi minuti può essere il risultato di risorse formatesi milioni di anni fa e lasciare frammenti nell’ambiente molto dopo che abbiamo dimenticato di averla acquistata.

Il riciclo è necessario.

Dobbiamo continuare a migliorarlo.

Ma non possiamo pretendere che insegua all’infinito una produzione crescente.

Se vogliamo davvero affrontare l’inquinamento da plastica, dobbiamo certamente imparare a svuotare meglio la vasca. Ma soprattutto dobbiamo cominciare a chiudere il rubinetto.

*UNEP significa United Nations Environment Programme, in italiano Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente.

È l’organismo dell’ONU che si occupa di ambiente a livello globale: clima, biodiversità, inquinamento, plastica, risorse naturali, ecosistemi e politiche ambientali internazionali.

Negli articoli di Bionemesi, quando citiamo UNEP, stiamo quindi richiamando una fonte istituzionale delle Nazioni Unite, non un’associazione privata.

Oggi più che mai, il nostro pianeta affronta una crisi ambientale senza precedenti. Rifiuti, sprechi e inquinamento stanno trasformando il giardino che ci è stato donato in una discarica. Ma c'è ancora speranza. La nostra idea nasce con l'obiettivo di contrastare questo degrado, promuovendo soluzioni concrete per ridurre i rifiuti e combattere lo spreco. Ognuno di noi ha un ruolo nella salvaguardia del pianeta. Partecipare ai nostri progetti, adottare uno stile di vita più sostenibile e diffondere la consapevolezza sono passi fondamentali verso il cambiamento. Unisciti a noi nella lotta per un futuro migliore!

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