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Turismo di massa: quando amare un luogo significa consumarlo

Visitare o amare un luogo?

Viaggiare significa conoscere il mondo, incontrare culture diverse e creare ricchezza. Ma quando milioni di persone cercano contemporaneamente gli stessi luoghi, il successo turistico può finire per trasformare proprio ciò che siamo andati a vedere.

Viaggiare è probabilmente una delle esperienze più belle che possiamo concederci.

Ci permette di vedere paesaggi che fino a quel momento conoscevamo soltanto attraverso una fotografia, ascoltare lingue diverse, assaggiare cibi sconosciuti e scoprire che il nostro modo di vivere non è l’unico possibile.

Il turismo, inoltre, rappresenta una fonte fondamentale di reddito e occupazione per moltissime comunità. Alberghi, ristoranti, guide, trasporti, artigianato e commercio vivono direttamente o indirettamente della presenza dei visitatori.

Sarebbe quindi troppo semplice trasformare il turista nel nuovo nemico dell’ambiente.

Il problema non è viaggiare.

Il problema nasce quando troppi di noi vogliono essere nello stesso luogo, nello stesso momento e spesso per pochissimo tempo.

È quello che abbiamo imparato a chiamare overtourism.

Non esistono necessariamente troppi turisti. Esistono luoghi che non riescono più a gestirli

Il turismo internazionale è tornato a crescere rapidamente dopo la crisi provocata dalla pandemia. Secondo UN Tourism, gli arrivi internazionali sono aumentati del 4% nel 2025 rispetto all’anno precedente e l’organizzazione prevedeva un’ulteriore crescita nel 2026. Nei primi tre mesi del 2026 gli arrivi hanno effettivamente registrato un aumento del 2%, nonostante le tensioni geopolitiche e le difficoltà economiche internazionali.

Una crescita del turismo non è di per sé una cattiva notizia.

Diventa problematica quando i flussi si concentrano in pochi luoghi già molto frequentati.

Un centro storico progettato secoli fa non può allargare improvvisamente le proprie strade. Un’isola dispone di una quantità limitata di acqua, territorio e infrastrutture. Una spiaggia possiede una superficie fisica precisa. Un sentiero di montagna può sopportare un certo numero di passaggi prima di iniziare a degradarsi.

La questione, quindi, non riguarda soltanto il numero complessivo dei visitatori.

Riguarda dove arrivano, quando arrivano e come si comportano una volta arrivati.

UN Tourism studia da anni proprio questo problema nelle destinazioni urbane e indica tra le principali criticità la pressione sulle risorse, sulle infrastrutture, sulla mobilità e sulla qualità della vita dei residenti.

Il paradosso del luogo famoso

Esiste un meccanismo quasi perfetto.

Un luogo è bello.

Qualcuno lo visita e lo racconta.

Altri desiderano andarci.

Arrivano nuovi alberghi, ristoranti, negozi e collegamenti.

Il luogo diventa più accessibile e quindi ancora più visitato.

Le fotografie circolano sui social network e milioni di persone vedono esattamente lo stesso panorama.

A quel punto quello che inizialmente era un piccolo borgo, una baia tranquilla o un quartiere autentico può trasformarsi in una destinazione internazionale.

È il successo.

Ma se la crescita continua senza essere governata, quel successo comincia lentamente a modificare il luogo che lo ha generato.

Le abitazioni diventano strutture ricettive.

I negozi utilizzati dai residenti vengono sostituiti da attività rivolte principalmente ai visitatori.

Le strade si riempiono.

I prezzi salgono.

E l’esperienza autentica che tutti erano venuti a cercare comincia progressivamente a scomparire.

Il turismo può quindi contenere un paradosso sorprendente:

più un luogo diventa desiderabile, maggiore è il rischio che il nostro desiderio di visitarlo finisca per trasformarlo.


Il luogo che visitiamo e il luogo in cui qualcuno vive

Immaginiamo una piccola città costiera.

Per noi può essere una destinazione nella quale trascorrere quattro giorni.

Per qualcun altro è il posto nel quale deve andare al lavoro, portare i figli a scuola, fare la spesa, trovare casa e vivere tutto l’anno.

Sono due punti di vista completamente diversi sullo stesso spazio.

Il turista desidera servizi, ristoranti, attrazioni e alloggi.

Il residente ha bisogno anche di supermercati, scuole, parcheggi, ambulatori, trasporti pubblici e abitazioni accessibili.

Quando l’economia turistica diventa dominante, può accadere che le esigenze del visitatore temporaneo inizino a prevalere su quelle della popolazione permanente.

Il problema non è soltanto economico.

È culturale.

Una città rischia lentamente di smettere di essere un luogo nel quale si vive e di diventare un luogo progettato principalmente per essere visitato.

UN Tourism sottolinea proprio la necessità di gestire la crescita dei flussi tenendo conto non soltanto della soddisfazione del visitatore, ma anche della qualità della vita dei residenti e della capacità delle destinazioni di mantenere nel tempo le proprie risorse naturali e culturali.



Una spiaggia non può diventare più grande

Il problema diventa ancora più evidente negli ambienti naturali.

Una spiaggia, un sentiero, una barriera corallina o un’isola hanno una capacità fisica limitata di accogliere persone senza modificarsi.

Ogni visitatore produce inevitabilmente un impatto.

Consuma acqua.

Produce rifiuti.

Utilizza energia.

Si sposta.

Occupa uno spazio.

Questo non significa che dobbiamo sentirci in colpa ogni volta che andiamo in vacanza.

Significa riconoscere che l’impatto di cento persone è diverso da quello di centomila.

In ecosistemi fragili la pressione può tradursi in erosione dei sentieri, disturbo alla fauna, danneggiamento della vegetazione, consumo di acqua e produzione di rifiuti difficili da gestire localmente.

UNEP evidenzia proprio il rapporto delicato tra crescita turistica, conservazione della natura e sviluppo delle comunità locali, sottolineando la necessità di integrare la tutela della biodiversità nella pianificazione turistica.

Il turismo sostenibile non consiste quindi nell’aggiungere una scritta verde sulla brochure.

Significa stabilire quanto turismo un territorio possa sostenere senza perdere le caratteristiche che lo rendono desiderabile.

L’acqua bevuta in vacanza è la stessa acqua utilizzata dai residenti

Questo diventa particolarmente evidente nelle isole e nelle regioni aride.

Un turista desidera naturalmente una camera pulita, una doccia, una piscina, un giardino curato e servizi di qualità.

Preso singolarmente non c’è nulla di irragionevole.

Ma moltiplichiamo tutto questo per centinaia di migliaia o milioni di visitatori concentrati nei mesi più caldi, proprio quando le precipitazioni possono essere più scarse e la domanda locale aumenta.

L’acqua non distingue tra turista e residente.

Viene prelevata dallo stesso territorio.

Lo stesso vale per l’energia, per la gestione dei rifiuti e per molte infrastrutture.

Il turismo può quindi creare un’economia molto importante e contemporaneamente aumentare enormemente la domanda di servizi proprio durante il periodo dell’anno nel quale il territorio è più vulnerabile.

Per molte piccole isole questo equilibrio è particolarmente delicato: UNEP considera infatti sostenibilità ambientale, resilienza climatica e sviluppo economico strettamente connessi nei piccoli Stati insulari.

Poi c’è il viaggio per arrivarci

Esiste inoltre una parte dell’impatto turistico che avviene prima ancora di mettere piede nella destinazione.

Dobbiamo arrivarci.

Automobili, aerei, navi e altri mezzi di trasporto utilizzano energia e producono emissioni.

Questo non significa che dovremmo smettere di volare o rinunciare a conoscere luoghi lontani.

Anche qui la questione interessante è il modo in cui viaggiamo.

Fare diversi viaggi molto brevi può produrre un rapporto tra trasporto e tempo trascorso nella destinazione molto diverso rispetto a un viaggio meno frequente ma più lungo.

La crescita dei collegamenti a basso costo ha democratizzato enormemente il viaggio, permettendo a milioni di persone di visitare luoghi un tempo accessibili soprattutto alle fasce più ricche.

È una conquista sociale importante.

Ma contemporaneamente ha reso possibile attraversare un continente per trascorrere appena due giorni in una destinazione.

La sostenibilità del turismo dovrà confrontarsi anche con questo paradosso: come conservare la libertà e l’accessibilità del viaggio riducendone gli impatti più evitabili.

I social network hanno cambiato anche la geografia del turismo

Un tempo una destinazione diventava famosa attraverso libri, guide turistiche, film e passaparola.

Oggi può diventarlo in poche settimane.

Una fotografia spettacolare viene pubblicata su Instagram o TikTok, milioni di persone la vedono e improvvisamente vogliono ottenere esattamente quella fotografia.

Non visitiamo più soltanto il luogo.

Cerchiamo anche il punto esatto dal quale è stata scattata l’immagine che abbiamo visto.

Questo può concentrare migliaia di persone in uno spazio piccolissimo.

Ed è interessante perché dimostra come il problema non sia necessariamente il numero complessivo di turisti presenti in una regione.

Potrebbero esserci territori magnifici quasi vuoti a pochi chilometri di distanza.

Ma tutti desiderano vedere la stessa baia, lo stesso vicolo, lo stesso panorama.

La soluzione potrebbe quindi essere anche culturale: distribuire il desiderio.

Forse dobbiamo imparare nuovamente a scoprire

L’industria turistica parla spesso di destagionalizzazione e diversificazione delle destinazioni.

Sono termini tecnici che descrivono un’idea molto semplice.

Se tutti arriviamo nello stesso luogo in agosto, abbiamo un problema.

Se una parte dei visitatori arriva in primavera, una parte in autunno e altri scelgono territori vicini meno conosciuti, lo stesso numero complessivo di persone può produrre una pressione completamente diversa.

UN Tourism include proprio la distribuzione temporale e geografica dei visitatori tra le strategie utilizzate per gestire la crescita turistica nelle destinazioni più frequentate.

Questo potrebbe migliorare anche la nostra esperienza.

Visitare un luogo sovraffollato significa spesso passare una parte considerevole del tempo in code, cercare parcheggio, prenotare qualsiasi attività e muoversi in mezzo a migliaia di persone che stanno facendo esattamente la stessa cosa.

Forse il turismo più sostenibile potrebbe essere anche un turismo più piacevole.

La quantità di visitatori non dovrebbe essere l’unico indicatore del successo

Per molti territori l’obiettivo turistico è ancora molto semplice:

più arrivi.

Più presenze.

Più crescita.

Ma non è detto che un milione di visitatori che restano poche ore producano un beneficio maggiore di un numero inferiore di persone che rimangono più giorni, utilizzano servizi locali e visitano una regione più ampia.

Una destinazione potrebbe quindi misurare il successo non soltanto contando quante persone attraversano un confine, ma osservando quanto valore economico rimane sul territorio, quanto lavoro stabile viene prodotto e quanto l’esperienza rimanga accettabile per residenti e visitatori.

UN Tourism definisce infatti la sostenibilità come un principio che deve riguardare tutte le forme di turismo, considerando contemporaneamente gli effetti economici, sociali e ambientali presenti e futuri.

Questo cambia completamente la prospettiva.

La domanda non diventa più “come facciamo ad avere sempre più turisti?”.

Diventa:

“Quale turismo vogliamo?”



Anche le navi da crociera raccontano bene il problema

Una grande nave può portare migliaia di persone nello stesso luogo contemporaneamente.

Dal punto di vista turistico è estremamente efficiente.

Nel giro di poche ore una città può ricevere una quantità enorme di visitatori.

Ma proprio questa concentrazione mostra uno dei problemi dell’attuale modello.

Migliaia di persone scendono nello stesso momento, percorrono spesso gli stessi itinerari e dopo poche ore ripartono.

La destinazione riceve così una forte pressione concentrata nel tempo, mentre una parte rilevante della spesa del viaggio può rimanere all’interno del sistema crocieristico.

Non significa che le crociere debbano essere eliminate.

Significa che porti e città devono chiedersi quale quantità, quali dimensioni e quali modalità di visita siano compatibili con il territorio.

Ancora una volta non esiste una soluzione uguale per tutti.

Un grande porto moderno e un piccolo centro storico non possiedono la stessa capacità di assorbire migliaia di persone contemporaneamente.

Imporre un limite non significa essere contro i turisti

Questa è forse una delle discussioni più difficili.

Quando una città introduce prenotazioni, limiti agli accessi, tasse turistiche o regole per determinati servizi, la misura viene talvolta interpretata come ostilità verso chi viaggia.

Ma ogni luogo possiede dei limiti.

Un museo stabilisce quanti visitatori possono entrare.

Un teatro vende un numero limitato di biglietti.

Un parco naturale può regolare gli accessi.

Non consideriamo queste regole una violazione della libertà.

Le consideriamo strumenti per permettere alle persone di utilizzare uno spazio senza distruggerlo o renderlo inutilizzabile.

Lo stesso principio può essere applicato a una destinazione turistica quando necessario.

La questione importante è che le regole siano proporzionate, trasparenti e fondate sulle reali esigenze del territorio.

Il turismo può anche proteggere ciò che rischierebbe di scomparire

Fin qui abbiamo parlato soprattutto dei problemi.

Ma sarebbe un errore ignorare l’altra parte della storia.

Il turismo può dare valore economico alla conservazione.

Un bosco, una barriera corallina, un animale selvatico o un paesaggio possono generare reddito proprio perché rimangono integri.

Questo può creare un incentivo alla protezione molto più forte di qualsiasi principio astratto.

UNEP documenta progetti nei quali ecoturismo, conservazione della biodiversità e sviluppo economico vengono utilizzati insieme per offrire alle comunità locali un’alternativa alla distruzione delle risorse naturali.

Il turismo può finanziare parchi.

Può mantenere attività artigianali.

Può creare lavoro in aree rurali che altrimenti perderebbero popolazione.

Può far conoscere ecosistemi che la maggior parte delle persone non avrebbe mai occasione di vedere.

La domanda non è quindi se turismo e ambiente siano incompatibili.

È quale modello turistico scegliamo.

Un turista non deve diventare un ambientalista perfetto

Anche qui dobbiamo evitare di trasformare la sostenibilità in una lista infinita di sensi di colpa.

Non dobbiamo trascorrere una vacanza calcolando continuamente ogni grammo di CO₂ prodotto.

Possiamo però fare scelte ragionevoli.

Restare qualche giorno in più invece di trasformare ogni viaggio in una corsa.

Visitare un territorio fuori dalla stagione più affollata.

Utilizzare trasporto pubblico quando esiste.

Acquistare prodotti e servizi locali.

Rispettare sentieri, animali e regole.

E soprattutto ricordare che il luogo nel quale siamo arrivati non è stato costruito per noi.

Noi siamo ospiti.

Abbiamo trasformato il mondo in una lista di cose da vedere

Forse esiste infine una questione culturale più profonda.

Viviamo in un’epoca nella quale tutto sembra dover diventare esperienza.

La spiaggia più bella.

Il tramonto più fotografato.

Il ristorante da provare.

Il villaggio segreto.

Il sentiero nascosto.

Ma nel momento in cui milioni di persone cercano contemporaneamente il “luogo segreto”, quel luogo smette inevitabilmente di esserlo.

Il viaggio rischia così di trasformarsi in consumo.

Arrivare.

Fotografare.

Pubblicare.

Ripartire.

E cercare la destinazione successiva.

Forse dovremmo recuperare una forma di turismo più lenta.

Non necessariamente più costosa o più esclusiva.

Semplicemente più attenta.

Un viaggio nel quale vedere meno cose possa significare comprenderne qualcuna di più.

Quando amare un luogo significa proteggerlo

Il turismo di massa non è destinato a scomparire.

E non dovrebbe farlo.

La possibilità di viaggiare è una delle grandi conquiste del nostro tempo e sarebbe profondamente ingiusto immaginare che conoscere il mondo debba tornare a essere un privilegio riservato a pochi.

La sfida è un’altra.

Fare in modo che miliardi di persone possano continuare a viaggiare senza trasformare il mondo in una successione di luoghi consumati dalla loro stessa popolarità.

Serviranno regole.

Infrastrutture.

Trasporti migliori.

Destagionalizzazione.

Protezione degli ecosistemi.

E una distribuzione più intelligente dei visitatori e dei benefici economici.

Ma servirà anche qualcosa che nessuna legge può imporre completamente: un diverso modo di considerarci quando viaggiamo.

Non proprietari temporanei del luogo.

Ospiti.

Un ospite entra in una casa che appartiene a qualcun altro. Può conoscerla, ammirarla e sentirsi persino a casa.

Ma sa che, quando se ne andrà, qualcuno continuerà a viverci.

Forse il turismo sostenibile comincia esattamente da questa consapevolezza.

Viaggiare significa amare un luogo abbastanza da desiderare di conoscerlo. La vera sfida sarà imparare ad amarlo senza consumarlo.

Oggi più che mai, il nostro pianeta affronta una crisi ambientale senza precedenti. Rifiuti, sprechi e inquinamento stanno trasformando il giardino che ci è stato donato in una discarica. Ma c'è ancora speranza. La nostra idea nasce con l'obiettivo di contrastare questo degrado, promuovendo soluzioni concrete per ridurre i rifiuti e combattere lo spreco. Ognuno di noi ha un ruolo nella salvaguardia del pianeta. Partecipare ai nostri progetti, adottare uno stile di vita più sostenibile e diffondere la consapevolezza sono passi fondamentali verso il cambiamento. Unisciti a noi nella lotta per un futuro migliore!

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