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La biodiversità non è una collezione di animali da salvare

Quando scompare una specie non perdiamo soltanto un nome da un’enciclopedia: indeboliamo una rete dalla quale dipendono cibo, acqua, salute, suolo ed economia.

Quando sentiamo parlare di biodiversità, quasi sempre ci viene mostrato un animale.

Una tigre.

Un elefante.

Un rinoceronte.

Un’ape.

Una tartaruga marina.

È comprensibile. Un animale ha un volto, uno sguardo, una storia che possiamo raccontare. È molto più difficile emozionarsi davanti a un fungo microscopico, a una varietà locale di grano o a una comunità di batteri presenti nel terreno.

Eppure la biodiversità non è una grande collezione di specie rare da conservare come in un museo naturale.

È qualcosa di molto più importante.

È la varietà della vita e, soprattutto, l’insieme delle relazioni che permettono agli ecosistemi di funzionare.

Una rete che non vediamo

In una foresta, in un prato o in un terreno agricolo migliaia di organismi interagiscono continuamente.

Le piante producono materia organica attraverso la fotosintesi. Gli insetti impollinano. Funghi e batteri decompongono ciò che muore e restituiscono nutrienti al terreno. Predatori e prede regolano reciprocamente le proprie popolazioni. Le radici contribuiscono alla struttura del suolo, mentre la vegetazione influenza il movimento dell’acqua e del carbonio.

Quasi nessuno di questi organismi lavora da solo.

Ciò che chiamiamo ecosistema è proprio questa rete di relazioni.

La biodiversità rappresenta quindi anche una forma di sicurezza. Più un ecosistema è ricco e complesso, maggiori possono essere le possibilità che alcune funzioni continuino a essere svolte quando una specie diminuisce o quando cambiano le condizioni ambientali.

Non significa che ogni specie possa essere sostituita facilmente da un’altra. Alcuni organismi svolgono ruoli difficili da rimpiazzare.

Significa però che semplificare progressivamente gli ecosistemi può renderli più fragili.

Un milione di specie minacciate

La dimensione della crisi è notevole.

La valutazione globale IPBES, ripresa ancora nel 2026 dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, stima che circa un milione degli otto milioni di specie animali e vegetali considerate siano minacciate di estinzione.

Il dato è impressionante, ma rischia anche di diventare astratto.

Un milione è un numero talmente grande che è difficile attribuirgli un significato concreto.

Il problema, inoltre, non comincia quando una specie scompare definitivamente.

Un animale o una pianta possono continuare a esistere formalmente mentre le loro popolazioni diminuiscono, diventano frammentate o perdono gran parte dell’habitat.

La funzione ecologica di una specie può quindi indebolirsi molto prima della sua estinzione.

Per questo la crisi della biodiversità non dovrebbe essere misurata soltanto contando le specie che abbiamo già perso.

Dovremmo osservare anche quanto stiamo impoverendo le popolazioni e gli ecosistemi che restano.

Perché la natura sta diminuendo

Non esiste un’unica causa.

La trasformazione degli habitat rimane uno dei principali fattori: foreste convertite in terreni agricoli, zone umide prosciugate, infrastrutture, espansione urbana e frammentazione degli ambienti naturali.

A questo si aggiungono lo sfruttamento diretto delle specie, l’inquinamento, il cambiamento climatico e la diffusione di specie invasive.

UNEP identifica proprio questi fattori tra i principali motori della perdita globale di natura.

La cosa interessante è che quasi tutti sono collegati al funzionamento normale della nostra economia.

Produciamo cibo.

Costruiamo città.

Estraiamo risorse.

Trasportiamo merci.

Produciamo energia.

La crisi della biodiversità non nasce quindi da un’attività marginale svolta da pochi individui irresponsabili.

È il risultato cumulativo del modo in cui utilizziamo territorio e risorse.

Le api sono soltanto la parte più conosciuta del problema

Gli impollinatori sono diventati uno dei simboli della crisi della biodiversità, soprattutto grazie alle api.

Ma l’impollinazione non dipende soltanto dalle api domestiche.

Insetti selvatici, farfalle, falene, coleotteri, uccelli e altri animali partecipano in modi diversi alla riproduzione delle piante.

La valutazione IPBES sugli impollinatori ha mostrato che la diversità degli impollinatori selvatici contribuisce alla produzione agricola anche dove le api allevate sono presenti in grandi quantità.

Questo ci aiuta a capire perché la biodiversità è diversa dalla semplice presenza di una specie utile.

Potremmo teoricamente aumentare il numero di api domestiche, ma ciò non sostituirebbe automaticamente l’intera varietà di impollinatori selvatici e delle relazioni ecologiche che li sostengono.

Un sistema complesso non può essere sempre sostituito da una singola soluzione tecnologica o biologica.

Anche il suolo è pieno di biodiversità

Quando camminiamo su un terreno vediamo quasi esclusivamente la superficie.

Sotto i nostri piedi esiste però un ecosistema straordinariamente complesso composto da batteri, funghi, insetti, lombrichi e moltissimi altri organismi.

Questi esseri viventi partecipano alla decomposizione della materia organica, al ciclo dei nutrienti e alla formazione della struttura del suolo.

Un terreno fertile non è semplicemente polvere arricchita con fertilizzanti.

È un sistema biologico.

Quando il suolo perde materia organica, biodiversità e struttura, può diventare più vulnerabile all’erosione, trattenere meno acqua e richiedere maggiori interventi esterni per continuare a produrre.

È un buon esempio di quanto la natura lavori gratuitamente per noi fino al momento in cui smette di riuscirci.

Solo allora cominciamo a calcolare quanto costerebbe sostituire artificialmente alcune delle sue funzioni.

Una foresta non è soltanto un insieme di alberi

Anche il concetto di foresta viene spesso semplificato.

Dal punto di vista visivo, una piantagione e una foresta naturale possono apparire entrambe come grandi superfici verdi.

Ma ecologicamente possono essere molto diverse.

Una foresta complessa contiene alberi di età e specie differenti, sottobosco, legno morto, funghi, insetti, uccelli e mammiferi. È attraversata da una rete di relazioni costruita nel tempo.

Una piantagione uniforme può svolgere alcune funzioni importanti, compresa la produzione di legname e una certa capacità di assorbimento del carbonio, ma non possiede necessariamente la stessa biodiversità e la stessa complessità.

Questo è importante anche nella lotta al cambiamento climatico.

Piantare alberi può essere utile.

Proteggere una foresta già esistente spesso significa però preservare contemporaneamente carbonio, suolo, acqua e biodiversità.

Le due cose non sono equivalenti.

La natura entra anche nella nostra economia

Potrebbe sembrare che tutto questo riguardi soprattutto ecologi e ambientalisti.

In realtà la biodiversità è profondamente intrecciata con l’economia.

L’agricoltura dipende da suoli, acqua, impollinatori e condizioni climatiche.

La pesca dipende dal funzionamento degli ecosistemi marini.

L’industria farmaceutica utilizza molecole e conoscenze derivate dal mondo naturale.

Foreste e zone umide possono contribuire alla regolazione dell’acqua e alla riduzione di alcuni rischi naturali.

Una parte molto significativa della popolazione mondiale dipende inoltre direttamente dalle specie selvatiche per reddito, cibo o combustibile. Una valutazione IPBES ha stimato che una persona su cinque nel mondo dipende dalle specie selvatiche per reddito e alimentazione, mentre circa 2,4 miliardi di persone utilizzano legna come combustibile per cucinare.

La biodiversità, quindi, non rappresenta un lusso da proteggere quando l’economia va bene.

È una parte dell’infrastruttura sulla quale l’economia stessa si appoggia.

Il problema è che molte funzioni della natura non hanno un prezzo

Se abbattiamo una foresta e vendiamo il legname, l’operazione compare nell’economia.

Se lasciamo quella foresta in piedi mentre conserva biodiversità, regola l’acqua e protegge il suolo, gran parte di quel valore non compare in nessun bilancio.

È uno dei grandi paradossi del nostro sistema economico.

Ciò che estraiamo viene facilmente misurato.

Ciò che conserviamo molto meno.

Questo può portare a decisioni apparentemente convenienti nel breve periodo ma costose nel lungo termine.

Una zona umida distrutta può lasciare spazio a nuovi edifici e generare immediatamente valore economico. Ma se quella stessa zona contribuiva ad assorbire l’acqua durante eventi estremi, il costo della sua perdita potrebbe comparire anni dopo sotto forma di allagamenti e nuove infrastrutture di difesa.

La natura possiede valore anche quando non produce qualcosa che possiamo vendere.

Biodiversità non significa impedire ogni attività umana

Proteggere la biodiversità non significa trasformare il pianeta in una riserva integrale nella quale l’essere umano non possa più produrre cibo, costruire abitazioni o utilizzare risorse.

Gli esseri umani fanno parte degli ecosistemi e li modificano da migliaia di anni.

La questione è l’intensità e la velocità della trasformazione.

Un’agricoltura che mantiene siepi, rotazioni, varietà coltivate differenti e spazi per la biodiversità può avere conseguenze molto diverse da una completa semplificazione del paesaggio.

Una città con parchi, alberi, corsi d’acqua recuperati e corridoi ecologici può ospitare molta più vita di una superficie interamente impermeabilizzata.

Persino alcune infrastrutture possono essere progettate riducendo la frammentazione degli habitat.

Non esiste quindi una scelta obbligatoria tra sviluppo umano e natura.

Esistono modi diversi di svilupparsi.

Le città possono essere parte della soluzione

Quando pensiamo alla biodiversità immaginiamo spesso luoghi lontani dalle città.

In realtà gli ambienti urbani possono svolgere un ruolo sorprendente.

Parchi, giardini, alberature, tetti verdi, zone umide e corsi d’acqua possono creare habitat e connessioni per numerose specie.

Ma soprattutto possono ristabilire una relazione tra esseri umani e natura.

Una città nella quale i bambini crescono senza quasi mai vedere un insetto, un terreno naturale o un corso d’acqua rischia di trasformare la biodiversità in un concetto astratto.

La natura diventa qualcosa che esiste nei documentari.

E ciò che non conosciamo diventa molto più facile da perdere senza accorgercene.

Proteggere il 30% non significa dimenticare il restante 70%

Nel 2022 quasi tutti i paesi del mondo hanno adottato il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, che stabilisce 23 obiettivi da perseguire entro il 2030. Tra questi figura il celebre obiettivo di conservare efficacemente almeno il 30% delle terre, delle acque interne e degli oceani.

È un obiettivo ambizioso e importante.

Ma potrebbe essere interpretato male.

Proteggere il 30% del pianeta non significa che possiamo degradare liberamente il restante 70%.

Gli ecosistemi non funzionano come isole indipendenti.

Gli animali si spostano.

I fiumi attraversano territori differenti.

L’inquinamento viaggia.

Il cambiamento climatico raggiunge anche le aree protette.

Le riserve naturali sono fondamentali, ma devono essere inserite in territori nei quali anche agricoltura, infrastrutture e città diventino più compatibili con la natura.

Il cambiamento climatico rende tutto più difficile

Biodiversità e clima vengono spesso affrontati come due problemi differenti.

In realtà sono profondamente collegati.

L’aumento delle temperature modifica habitat, stagioni e disponibilità d’acqua. Alcune specie possono spostarsi verso latitudini o altitudini differenti, mentre altre non riescono a farlo abbastanza rapidamente.

Allo stesso tempo, ecosistemi degradati possono diventare meno capaci di assorbire carbonio e di proteggerci dalle conseguenze del cambiamento climatico.

Una foresta sana può contribuire alla regolazione del clima locale e all’immagazzinamento del carbonio.

Una zona umida può trattenere acqua e carbonio.

Un ecosistema costiero può ridurre l’energia delle onde.

Per questo proteggere la biodiversità è anche una forma di adattamento climatico.

E ridurre il cambiamento climatico significa diminuire una delle pressioni che stanno trasformando gli ecosistemi.

Non sappiamo esattamente che cosa perdiamo

Esiste infine un aspetto che rende la crisi della biodiversità particolarmente inquietante.

Conosciamo soltanto una parte delle specie presenti sulla Terra.

Molti organismi non sono ancora stati descritti scientificamente.

Altri sono conosciuti soltanto superficialmente.

Quando distruggiamo un habitat potremmo quindi perdere specie prima ancora di averle studiate.

E con esse possiamo perdere relazioni ecologiche, informazioni genetiche e potenziali applicazioni che non abbiamo avuto nemmeno il tempo di scoprire.

Questo non significa che ogni organismo sconosciuto contenga necessariamente la cura per una malattia.

Sarebbe una semplificazione opposta.

Significa piuttosto che stiamo modificando un sistema di cui comprendiamo soltanto una parte.

Dal punto di vista scientifico, è un motivo sufficiente per procedere con maggiore prudenza.

Non stiamo salvando la natura da noi. Stiamo proteggendo ciò da cui dipendiamo

Il linguaggio ambientalista utilizza spesso l’espressione “salvare la natura”.

Ma la natura non è un soggetto fragile separato dall’essere umano.

È il sistema nel quale viviamo.

Possiamo semplificarlo, trasformarlo e impoverirlo. La vita, in qualche forma, continuerà comunque.

Il problema è capire se gli ecosistemi che resteranno saranno ancora capaci di fornire le condizioni nelle quali miliardi di esseri umani possono vivere con relativa sicurezza.

Forse dovremmo quindi smettere di pensare alla biodiversità come a un gigantesco album di figurine nel quale cerchiamo disperatamente di non perdere qualche animale raro.

La questione non è soltanto quanti animali rimarranno.

È quanto resterà stabile la rete che li collega a noi.

Quando proteggiamo un insetto impollinatore proteggiamo anche una funzione agricola.

Quando proteggiamo un bosco proteggiamo anche suolo, acqua e carbonio.

Quando proteggiamo una zona umida proteggiamo contemporaneamente habitat e capacità di gestire l’acqua.

E quando preserviamo la diversità genetica, manteniamo possibilità evolutive che potrebbero diventare preziose in un mondo che cambia rapidamente.

La biodiversità non è una collezione di animali da salvare.

È la trama biologica sulla quale abbiamo costruito la nostra civiltà. E continuare a strapparne i fili senza sapere quali tengano insieme l’intera rete è un rischio che difficilmente possiamo permetterci.

Oggi più che mai, il nostro pianeta affronta una crisi ambientale senza precedenti. Rifiuti, sprechi e inquinamento stanno trasformando il giardino che ci è stato donato in una discarica. Ma c'è ancora speranza. La nostra idea nasce con l'obiettivo di contrastare questo degrado, promuovendo soluzioni concrete per ridurre i rifiuti e combattere lo spreco. Ognuno di noi ha un ruolo nella salvaguardia del pianeta. Partecipare ai nostri progetti, adottare uno stile di vita più sostenibile e diffondere la consapevolezza sono passi fondamentali verso il cambiamento. Unisciti a noi nella lotta per un futuro migliore!

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